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di Marina Lomunno


La Voce e il Tempo, 23 aprile 2021

 

Incontriamo Michele al Centro di Ascolto Caritas diocesano "Le due Tuniche" di corso Mortara a Torino, in una mattina ordinaria di emergenza pandemia tra persone che cercano un salvagente, una parola buona per non affondare. La responsabile, Wally Falchi con i volontari cerca di rispondere a tutti, a tutti si offre una indicazione utile a seconda del bisogno. È a lei che abbiamo chiesto di metterci in contatto con una persona che abbia conosciuto il nostro giornale in carcere, grazie alla generosità di 70 lettori che hanno risposto a nostro appello "abbona un detenuto".

Il Centro le due Tuniche e la Caritas operano all'interno del carcere, oltre che fornendo ai detenuti più indigenti e senza famiglia beni di prima necessità, anche indicazioni e opportunità per l'inserimento nella società una volta scontata la pena. Michele è uno di quelli: recluso al "Lorusso e Cutugno" dove sta scontando una pena legata a reati commessi per essere entrato nelle spire del gioco d'azzardo, in questo periodo, grazie all'art. 21, gode del regime di semilibertà.

È stato assunto presso una cooperativa sociale come aiuto cuoco ma in questi mesi di crisi della ristorazione è in cassa integrazione. "E così ho deciso di chiedere di fare il volontario presso il Centro le Due Tuniche perché voglio restituire in qualche modo il bene che ho ricevuto all'interno del carcere dove, grazie alla Caritas, ai cappellani, alla mia educatrice e alla criminologa e a molti altri volontari e agenti, ho capito che solo facendo del bene si può rientrare in noi stessi e cambiare.

Lo faccio soprattutto per mia moglie e per i miei tre fi gli che ho fatto soffrire ma che mi hanno sempre sostenuto nel mio cammino di riscatto. Senza di loro non ce l'avrei fatta". Michele, in attesa di riprendere il lavoro, dà anche una mano per le pulizie nella parrocchia Santa Maria Goretti e, soprattutto si è iscritto alla Facoltà di Scienze Politiche al Polo Universitario per studenti detenuti. "È qui che ho conosciuto il vostro giornale e sono riconoscente ai vostri lettori che ci hanno regalato la possibilità di rimanere in contatto con il mondo esterno, per farci un'opinione su cosa succede in città, nel Paese.

In carcere entrano gratuitamente solo La Voce e il Tempo ed Avvenire: gli altri quotidiani te li devi acquistare e non tutti hanno la possibilità di farlo. Inoltre, siccome in cella non si è soli, è difficile seguire i telegiornali e i programmi di informazione perché a non tutti interessano: leggere invece allena la mente e ti fa sentire ancora un cittadino".

Michele sottolinea con forza che condivide la presa di posizione del nostro giornale sull'errore di liberare il gioco d'azzardo: "L'ho vissuto sulla mia pelle, ha rovinato la vita e quella della mia famiglia, è una piaga sociale da estirpare, ti annienta: per questo ho deciso di fare una tesi proprio sul Gioco d'azzardo e, quando finirò di scontare la mia pena, chiederò ai miei docenti di poter andare a parlare nelle scuole per raccontare ai giovani la mia esperienza e di quanti vengono distrutti dal gioco".

Michele sottolinea che, nonostante le difficoltà strutturali degli istituti di pena e come certi mass media parlino di detenzione solo in termini negativi, "a me il carcere è servito: se non fossi stato arrestato non sarei qui a raccontare della mia rinascita. Qui, grazie alle persone che ho incontrato, all'umanità profonda di tanti compagni di cella che hanno avuto la sfortuna di nascere in culle sbagliate, mi sono spogliato di tutto, ho capito che la vita impostata solo sul denaro da ottenere a tutti i costi, sul possedere l'effimero mi stava uccidendo.

Certo l'avere una famiglia che mi aspetta e la possibilità di trovare un lavoro e di studiare mi hanno dato la spinta per rialzarmi. Per questo dedicherò la mia tesi a mia moglie e ai miei fi gli. E qui ho ritrovato anche la fede: grazie al cappellano ho ricominciato a leggere la Bibbia che mi ha fatto capire che non sono solo anche nella disperazione. E ho ricominciato a pregare".