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di Irene Famà

La Stampa, 5 gennaio 2023

La redazione è composta da adolescenti su cui nessuno ha mai scommesso. Questa è la loro scommessa, riuscire a mettere su carta il loro mondo e comunicarlo.

A Torino c’è un mensile, “Il Ferrante”, che dà voce ai giovani detenuti. Un giornale “pensato, studiato e realizzato” al di là delle sbarre del penitenziario minorile di Torino. “Un ampliamento dell’offerta formativa” per chi è recluso, certo. Ma anche e soprattutto un’opportunità per raccontare sogni, difficoltà, rabbia, speranze e riflessioni di chi, non ancora maggiorenne, è in cella. Qualcuno sconta una pena, i più sono sottoposti a misura cautelare.

Il primo numero de “Il Ferrante. Idee e pensieri in movimento” la realtà carceraria dei più giovani la riassume a pieno tra reportage sui progetti educativi e interviste all’autorità. Quell’autorità che rappresenta un nemico, un ostacolo alla libertà, ma anche un punto di riferimento e di confronto. E così nelle interviste a Simona Vernaglione, direttrice del Ferrante Aporti, e a Mara Lupi, comandante della polizia penitenziaria, domande personali sulle loro origini o piatti preferiti si alternano a quelle sul loro lavoro e sul futuro del carcere. Che poi è il futuro di chi, da recluso, si è misurato con il giornalismo. E c’è una frase, una “libertà letteraria” dell’autore dell’intervista, che racchiude tutti questi sentimenti: “Abbiamo fatto vedere un cortometraggio realizzato parecchi mesi fa. Mi è piaciuto, speriamo di poter utilizzare di più quell’area, quel teatro, e fare molte cose belle”.

Il giornale del carcere è una scommessa, lo strumento per riflettere e riscattarsi. Così, tra le pagine, c’è un servizio sull’inaugurazione del teatro, uno spazio polivalente che da un lato ospiterà attività di aggregazione e laboratori, dall’altro sarà aperto al quartiere e alla città. Con i detenuti che andranno in scena, si esibiranno davanti al borgo e cucineranno per gli spettatori. E ancora. Una riflessione sul cambiamento climatico e la questione ambientale, recensioni di film, un’intervista a un detenuto che “ce l’ha fatta”: in carcere ha imparato a cucinare, si è diplomato all’alberghiero e ora insegna dispensa ricette culinarie e di vita.

Il progetto è ambizioso. Per il contesto in cui nasce, per le tematiche che pone e per gli obiettivi che vuole raggiungere, come un’intervista al sindaco o alla procuratrice capo dei minorenni. La redazione è composta da quegli adolescenti su cui nessuno ha mai scommesso nulla, quei ragazzi scomodi e violenti accusati di rapine, aggressioni, omicidio, stupro. La scommessa è dare loro occasione di riflessione, come quell’articolo sugli effetti del crack che scrivono in prima persona. E in questo primo numero si legge: “La scrittura ha un ruolo importante e molto meno noioso di quello che si immagina”.