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di Chiara Sandrucci

Corriere di Torino, 1 agosto 2024

Maturità dal sapore di riscatto, sono 19 i detenuti del Lorusso e Cutugno che hanno superato la prova. Studiano in cella, senza internet e libri di testo. Non è facile, eppure anche quest’anno è tornata la scuola estiva, a riempire i vuoti della vita in carcere. Finito l’anno scolastico e superata la maturità con nove diplomati, in queste settimane i docenti volontari propongono attività di rinforzo e ripasso a chi frequenta la sezione carceraria dell’istituto superiore Giulio nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino. “Siamo una quindicina e ci diamo il cambio tutta l’estate per garantire la nostra presenza tutti i giorni della settimana”, spiega Eleonora Rossotto, docente di italiano di ruolo all’enogastronomico Beccari e volontaria in carcere da quando le è capitato di fare una supplenza tempo fa. “Proponiamo un rinforzo in alcune materie, laboratori di informatica o di un sostegno per la lingua: il periodo estivo è uno dei peggiori in carcere, perché tante attività vengono sospese”.

Si è stanchi, fa molto caldo. Ma ne vale sempre la pena, come per la maturità. Quest’anno, sui nove diplomati nell’indirizzo socio sanitario del Giulio, sei erano in regime di alta sicurezza. Il più giovane ha 25 anni, il più anziano supera gli 80 ed era alla seconda maturità. In tutto sono stati 19 i diplomati alle Vallette, contando anche gli allievi delle sezioni dell’istituto Plana e del liceo artistico Primo. “c dei nostri studenti, ma anche dal rapporto umano che sono riusciti a stabilire”, dice Marta Livio, docente della sezione carceraria del Giulio. “Per loro la scuola è uno spazio di libertà all’interno di un mondo ristretto, un momento di normalità dove si sentono allievi del Giulio e sperimentano il significato profondo del contatto tra il dentro e il fuori”.

Anche se tutto è molto complicato, la scuola è per i detenuti un’occasione di riscatto. Tra i maturandi di quest’anno c’è chi è arrivato in Italia rischiando la vita prima nel deserto e poi in mare. “Come ci ha scritto in una lettera, cercava fortuna e felicità e ha trovato l’inferno - continua la docente -. Per lui il carcere è stata la prima occasione di imparare l’italiano e l’unica opportunità nella vita di frequentare la scuola, ora che ha 27 anni si è diplomato con 90 e intende proseguire gli studi”.

Su nove diplomati del Giulio, sette vorrebbero iscriversi al Polo universitario attivo in carcere dal 1998 e frequentato da un centinaio di iscritti. “Quello che hanno commesso i nostri allievi e la loro condanna importa poco a noi docenti, altrimenti la scuola non potrebbe avere il ruolo che ha nel loro percorso riabilitativo”, precisa la docente che sottolinea quanto sia gratificante insegnare in carcere malgrado comporti un grande sforzo organizzativo. Da quest’anno il Giulio ha potuto contare su due aule nuove realizzate apposta, ma l’orario deve essere esteso dalle 9 alle 17 a causa della routine carceraria: prima delle 9 gli studenti detenuti non riescono a presentarsi e il pranzo è già alle 11,30. Gli alunni in regime di alta sicurezza devono restare separati dagli altri. Non si possono creare classi miste tra maschi e femmine. In cella è concesso tenere al massimo due libri alla volta, ma le materie sono nove e quindi si fa a meno dei testi scolastici. E poi ci sono i ben noti problemi del carcere, a partire dal sovraffollamento. “Abbiamo tantissimi iscritti, ma non tutti riescono a finire. Non solo per le difficoltà oggettive della vita dentro al carcere, ma anche perché quando escono non è semplice continuare a frequentare”, fa notare l’insegnante. Ma quando si riesce ad arrivare alla maturità, si dimentica tutto e l’emozione dentro è doppia rispetto a fuori.