sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Marina Lomunno

La Voce e il Tempo, 24 maggio 2024

“Io sono il frutto di tutto quello che è stato illustrato finora: non sarei la persona che sono se non avessi avuto la possibilità di studiare in carcere durante la mia detenzione”. Con il suo intervento, molto apprezzato, Roberto Gramola, laureato al Polo Universitario per detenuti del Carcere di Torino, da tempo volontario alla Caritas diocesana e collaboratore del nostro giornale, ha chiuso il terzo incontro promosso dall’Opera Barolo in collaborazione con “La Voce e Il Tempo”, nell’ambito delle iniziative per il 160° anniversario della morte della marchesa Giulia Falletti di Barolo, che si spese per il reinserimento nella Torino dell’Ottocento delle detenute.

Tema della conferenza, in programma venerdì scorso, “Cultura, studio e formazione professionale in carcere”, per evidenziare come la scuola è tra i fondamenti per rispondere a quanto richiesto dalla nostra Costituzione all’articolo 27: “Le pene… devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Ne hanno parlato, moderati da Maria Teresa Pichetto, docente e tra i fondatori del Polo universitario per detenuti del penitenziario di Torino, Anna Maria Poggi, ordinario di Diritto costituzionale nell’Ateneo torinese e consigliera dell’Opera Barolo; Franco Prina, docente di Sociologia della devianza e presidente della Conferenza nazionale universitaria Poli penitenziari; Marzia Sica, responsabile del progetto “Obiettivo persone” della Fondazione Compagnia di San Paolo e Silvia Sobrero, direttrice progettazione e attuazione della Fondazione Casa di Carità Arti e Mestieri. Anna Maria Poggi ha introdotto ricordando che la riforma dell’Ordinamento carcerario del 1975 ha apportato maggiore attenzione all’aspetto rieducativo del periodo detentivo.

“Ma davvero nelle nostre carceri le opportunità di studio sono strumenti per “dare senso all’esperienza difficile che vivono i reclusi?”, ha chiesto ai relatori, “sono opportunità di riscatto, di riflessione per riprendere in mano la propria vita e prospettarla al futuro? Questo non solo per il valore materiale che un diploma o una laurea possono avere o la loro spendibilità, ma per l’immagine differente da quella che di solito accompagna gli ex detenuti, etichettati come scarto della società”. Per Roberto Gramola, che ha richiamato che la recidiva nel nostro Paese al 70% sfiora lo zero per chi si laurea dietro le sbarre, la risposta è sicuramente affermativa: “per me scegliere di studiare in carcere è stata la leva del cambiamento”.

Sì perché, come ha evidenziato Franco Prina, se l’art. 3 della Costituzione garantisce a tutti il diritto allo studio è un dovere della Repubblica garantirlo anche ai detenuti, offrendo opportunità di autoeducazione e crescita personale: questo è lo studio dietro le sbarre. Conferma Marzia Sica - la Compagnia di San Paolo sostiene fin dalla fondazione il Polo Universitario per detenuti alle Vallette, il primo aperto in Italia negli anni 80 del secolo scorso - che ha illustrato i numerosi progetti che la Fondazione finanzia in carcere.

Tra questi il “Progetto Lei” grazie al quale 75 donne hanno trovato lavoro nel Penitenziario torinese e 45 fuori. Anche la Casa di Carità Arti e Mestieri è impegnata nelle carceri del Piemonte, tra cui il “Lorusso e Cutugno”, nell’erogazione di corsi di formazione professionale per 600 reclusi ogni anno, come ha spiegato Silvia Sobrero, una garanzia a fine pena di inserimento nel mondo del lavoro grazie ai tirocini in azienda. Insomma lo studio è chiave di volta per tornare liberi lasciandosi alle spalle i reati e ricominciare a vivere “da buoni cittadini”. Il ciclo di incontri sulla detenzione riprenderà venerdì 20 settembre alle 17 sempre a Palazzo Barolo sul tema “Il volontariato in carcere”.