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di Marina Paglieri

La Repubblica, 1 novembre 2022

Non si conosce nulla di lui, forse anche il nome è inventato. Arrestato per una rapina con un amico, si è impiccato dopo 48 ore dall’entrata in carcere.

Come si fa a parlare di un uomo che non esiste? Un uomo che non ha documenti e non dice chi è, tanto che quando entra in carcere sui documenti scrivono “sconosciuto”. Che davanti al giudice si presenta con un nome - Tecca Gambe - ma chissà se è il suo. Che dice di avere 22 anni ma si scopre che sono 36, se anche quello è vero.

Un uomo che non ha un’identità certa, ma ha una storia tutta sua. Arrivato in Italia dal Gambia chissà come e chissà quando. Che non ha una casa e vive per strada, sotto i portici di Torino. Che finisce in cella per aver fatto da palo mentre un complice portava via un paio di cuffiette da un negozio. E non esce più, morto impiccato meno di 48 ore dopo. Senza un parente o un amico che abbia ancora pensato a un funerale, ma tanta gente che si dispera per lui e per questa morte che doveva essere evitata.

“Se potessi tornare indietro non chiamerei la polizia. Non si può morire per delle cuffiette bluetooth che costano 24 euro”, dice la signora cinese che ha il negozio di via Nizza dove tutto è iniziato il 25 ottobre, verso l’ora di chiusura.

Tecca Gambe era con un amico, avevano bevuto tutti e due. Da giorni li vedevano da quelle parti a bivaccare. L’amico è entrato dentro il negozio per rubacchiare qualcosa, mentre Tecca Gambe faceva da palo. L’amico prende le cuffiette e sarebbe stato furto, arresto facoltativo. Ma è bastato che dopo aver preso quel misero bottino ci sia stato uno spintone o una frase minacciosa e il reato è diventato rapina impropria, arresto obbligatorio, a cui si è aggiunta la resistenza che hanno fatto agli agenti della volante del commissariato Centro che sono intervenuti. “Gli avevo detto di andarsene, che avevo già chiamato la polizia”, incalza la commerciante. Loro invece non sono fuggiti e quando sono arrivati i poliziotti si sono agitati.

Si tratta di un episodio, che però suscita una riflessione perché questo arresto è in linea con una tendenza che a Torino si vede da anni sull’aumento degli arresti, che sono passati dai 2.466 del 2014 ai 3.538 del 2019 e sono scesi di poco, a 3.285, nel 2020, quando c’era il lockdown e i reati erano stati in forte calo. E questo ha ripercussioni sul sovraffollamento ormai divenuto cronico e anche sui costi della giustizia. Perché si calcola che le prime due giornate in cella costino alla collettività 350 euro per ogni detenuto tra il lavoro che comporta l’ingresso in cella (immatricolazione, perquisizione, ritiro e catalogazione degli oggetti personali, impronte digitali, visita medica, tampone per il Covid, visita psicologica, colloquio con il funzionario giuridico pedagogico, registrazione nel sistema informatico) e la fornitura del kit di primo ingresso e della dotazione personale di piatti, posate, spazzolino, dentifricio, sapone, bicchiere e pettine.

Ma soprattutto si trasformano in spese inutili se è vero, come dimostrano i dati, che il 77 per cento dei detenuti che entrano in cella escono dopo 48 ore, quando viene definita la loro posizione giuridica.

E lo stesso sarebbe accaduto probabilmente anche a Tecca Gambe. “Alla prima visita non c’erano segnali di alcun problema che facessero intuire la necessità di un percorso particolare. Nessuno”, spiega sconfortata Cosima Buccoliero, la direttrice del carcere Lorusso e Cutugno. Ed è passato così poco tempo da quando è entrato a quando si è tolto la vita che non c’è stato modo di accorgersi di nulla.

A Tecca Gambe è stato trovato un letto nella sezione “nuovi giunti” nelle prime ore del 26 ottobre. Il giorno dopo si è presentato in tribunale per l’udienza di convalida. Trattandosi di un reato collegiale, non è previsto il processo per direttissima che avrebbe subito segnato le sorti del gambiano. Invece nel suo caso i tempi si sono dilatati, il gip si è preso del tempo per decidere se convalidare l’arresto o rimetterlo in libertà. Nell’attesa il giovane è stato riportato dietro le sbarre.

Nel frattempo il compagno di cella che era con lui è stato trasferito e Tecca Gambe è rimasto solo con i suoi pensieri. Al mattino di venerdì, il 28 ottobre, il detenuto ha aspettato che passassero gli operatori per il giro delle 7,30. Ha fatto colazione, ha parlato con un infermiere, poi ha strappato delle striscioline di lenzuolo che ha annodato per formare un cappio che ha attaccato alla plafoniera sul soffitto e si è impiccato. Subito sono intervenuti gli agenti della polizia penitenziaria. Uno in particolare, volontario della Croce rossa, ha cercato di fare tutto il possibile per rianimarlo. Nel frattempo sono intervenuti medici del carcere e del 118, ma dopo 50 minuti si sono dovuti arrendere di fronte a quel cuore che aveva smesso di battere.

Neanche due ore dopo è stato il garante regionale dei detenuti, Bruno Mellano, a commentare il suicidio di Tecca Gambe, che è il terzo quest’anno al carcere del quartiere Vallette dopo quello a fine luglio di Nuammad Khan, pakistano di 38 anni, e poi ad agosto di Alessandro Gaffoglio, 24 anni, nato in Brasile e cresciuto in Italia. “È stata un’estate tragica e non si può non affrontare il tema del suicidio”, ha detto Mellano, che stava introducendo un convegno su edilizia e architettura carceraria a Palazzo Lascaris quando si è diffusa la notizia del suicidio del giovane del Gambia.

Un seminario che ha messo in luce le criticità degli spazi del carcere non solo per come sono trascurati, ma anche per come dovrebbero essere ripensati. “Gli spazi incidono in modo determinante sui detenuti e sugli operatori - continua il garante piemontese - Nel mio ruolo devo segnalare anche le condizioni di vita degli agenti di polizia penitenziaria, che è il corpo con il più alto tasso di suicidi”. È stato a quel punto che i partecipanti hanno indossato dei visori per la realtà virtuale e hanno assistito alla proiezione di “VR Free”, del regista Milad Tangshir, pellicola che porta gli spettatori in mezzo ai lunghi corridoi del carcere di Torino. Per 13 minuti è come se ci si trovasse lì, circondati da muri scrostati e vecchio mobilio, a guardare il cielo a quadretti dalle finestre. Le persone sono voci fuori campo che arrivano attraverso i muri e le sbarre delle celle. L’ora d’aria è in una scatola di cemento senza coperchio che si fa fatica a vedere come un cortile.

In quel carcere per 48 ore c’è stato anche Tecca Gambe, ma non ha resistito. Eppure non era la prima volta che veniva recluso. Negli anni passati in Italia aveva avuto altri piccoli problemi con la giustizia che lo avevano portato in alcuni penitenziari della penisola. In quelle occasioni (ma non qui a Torino) aveva segnalato dei nomi di familiari da avvisare, sempre che fossero nomi veri e sempre che siano raggiungibili. In ogni caso è a partire da quei nomi, con la collaborazione del consolato del Gambia, che si cercherà di trovare qualcuno a cui interessi la sua sorte.

“Una vita, una persona, per il sistema giudiziario vale 24 euro. Da tempo chiediamo che il carcere non sia l’unica risposta”, va all’attacco Igor Boni, presidente dei Radicali Italiani. “Ogni suicidio rappresenta il fallimento non solo della comunità penitenziaria ma di tutta la collettività”, è la riflessione di Monica Gallo, garante dei detenuti di Torino. “È urgente un confronto col governo”, chiede Gianna Pentenero, assessora comunale con delega al carcere.