di Federica Cravero
La Repubblica, 18 agosto 2022
Si è tolto la vita infilando la testa in un sacchetto di plastica che non avrebbe dovuto avere. La ministra Cartabia: “Provo dolore”. Si è suicidato in cella, a 25 anni, mai stato in carcere prima. Alessandro Gaffoglio, torinese di origini brasiliane, nella notte tra il 14 e 15 agosto si è coperto con il lenzuolo e senza essere visto si è stretto attorno al collo un sacchetto di nylon ed è morto soffocato.
Ma perché era stato lasciato in cella quel sacchetto a un ragazzo che già cinque giorni prima aveva cercato di togliersi la vita? È questa una delle domande a cui cerca di dare risposta l’inchiesta, al momento senza indagati, che il pm Valerio Longi ha aperto sul suicidio del giovane, che era stato arrestato il 2 agosto dopo che aveva rapinato due market a San Salvario.
All’udienza di convalida l’avvocata Laura Spadaro aveva chiesto per il giovane i domiciliari, facendo leva anche sul fatto che fosse incensurato. Ma gli sono stati negati e ieri Alessandro avrebbe dovuto avere il primo colloquio con i genitori al Lorusso e Cutugno. Invece il giorno di Ferragosto hanno ricevuto la notizia del decesso del ragazzo. E hanno saputo anche che aveva già provato a suicidarsi pochi giorni prima. Era avvenuto nella notte tra il 9 e il 10 agosto, quando si trovava nella sezione “nuovi giunti”. Dopo quell’episodio per il giovane era stata alzata la sorveglianza al massimo livello ed era stato ricoverato nel reparto sanitario.
Un provvedimento che nel giro di pochi giorni era stato poi tramutato, sulla base di una nuova valutazione da parte degli psichiatri, in una forma di sorveglianza minima all’interno del cosiddetto “Sestantino”, ovvero quattro celle singole continuamente monitorate in cui vengono reclusi i detenuti che necessitano di una osservazione psichiatrica. L’allentamento della sorveglianza si accompagna anche alla possibilità di tenere in cella oggetti. Compresa la borsa usata per togliersi la vita. “Il giovane era seguito quotidianamente da uno psichiatra - spiega la direttrice del carcere Cosima Buccoliero - È importante che ci sia una valutazione continua dello stato di salute di un detenuto per cercare il tipo di sorveglianza più adatta poiché anche la “massima osservazione” e la privazione di oggetti se prolungata per troppo tempo può avere effetti controproducenti”.
Sull’accaduto interviene la ministra Marta Cartabia: “Provo dolore. Il dramma dei 51 suicidi in Italia dall’inizio dell’anno riguarda tutti”. Due a Torino nell’ultimo mese. E insistono i sindacalisti dell’Osapp: “Si devono considerare anche centinaia di suicidi tentati dai detenuti, sventati dall’intervento dei poliziotti penitenziari”. Ieri intanto Andrea Giorgis, deputato Pd, ha fatto un sopralluogo al Lorusso e Cutugno con la garante dei detenuti Monica Gallo: “Da tempo segnaliamo un trend crescente di arresti di ragazzi giovani con pene inferiori a due anni - denuncia Gallo - E si dovrebbero potenziare le misure alternative, che ridurrebbero anche il sovraffollamento”. “Il grado di sofferenza psichiatrica nelle carceri è alto - dice Giorgis - Ci vogliono più personale e più risorse”. “Si deve accelerare - conclude Gianna Pentenero, assessora comunale con delega al carcere - perché la detenzione assuma davvero quel ruolo rieducativo e riabilitativo previsto dalla Costituzione”.









