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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 17 giugno 2021

 

"Caro Presidente, sono la pastora della Chiesa valdese di Torino e sento di doverle scrivere, anche a nome degli altri colleghi della chiesa valdese, e delle chiese battiste e luterana della nostra città, e a nome di molti membri delle nostre chiese, in merito al suicidio del giovane Moussa Balde, un ragazzo di 23 anni proveniente dalla Guinea, morto nel Cpr, Centro per il Rimpatrio, della mia citta".

Con queste parole la pastora Maria Bonafede apre una lunga lettera rivolta al presidente del Consiglio Mario Draghi, per ritornare sulla drammatica vicenda della morte nel Centro per il rimpatrio di Torino del giovane richiedente asilo Moussa Balde. "Sono giunta a Torino nell'estate del 2013 e una delle prime istituzioni che mi è capitato di visitare invitata da un piccolo gruppo di avvocati dell'associazione "LasciateCI Entrare" è stata quella che allora si chiamava Cie (Centro di Identificazione ed Espulsione) di corso Brunelleschi, oggi Cpr - prosegue la pastora Bonafede.

Non ho mai potuto dimenticare il senso di desolazione e di orrore che quel luogo ha lasciato in me. Molto superiore delle impressioni ricevute nelle molte carceri che ho conosciuto sul territorio italiano. Gli ' ospiti', come la direzione chiamava i reclusi, erano in casette che spuntavano nello sterrato polveroso e assolato, squallide e collocate, ciascuna, all'interno di enormi gabbie".

La pastora valdese, continua con la drammatica descrizione: "I reclusi vedendo passare il piccolo gruppo di visitatori e visitatrici che si interessavano alle Ioro condizioni di vita, si aggrappavano alle grate per parlare con noi. Nell'istituto non avevano assolutamente nulla da fare, non c'era una biblioteca, né una palestra, né alcuna attività prevista che potesse occuparli.

I loro panni erano stesi ad asciugare su corde improvvisate con le lenzuola arrotolate e precariamente tese tra la maniglia di una porta e due sedie all'esterno. L'impressione di essere di fronte a persone assolutamente smarrite e prive di diritti era palese. Forse anche per questo il suicidio del giovane Moussa Balde mi ha colpito tanto. Perché ho visto il luogo in cui è maturata la sua disperazione. Sulla questione è aperta un'inchiesta e non sta a me intervenire su un procedimento giudiziario che farà il suo corso".

La lettera prosegue ricordando la tragica concatenazione di eventi che ha portato Balde alla morte, dalla precarietà durata anni, al terribile pestaggio patito a Ventimiglia finito in tutte le nostre case perché filmato da un cittadino, fino alla chiusura forzata nel Cpr. Una persona fragile, che viveva nel terrore del rimpatrio in Guinea e che, mentre era sotto custodia da parte dello Stato italiano, non è stata protetta. "Nei giorni passati al Cpr Musa ha chiesto con insistenza perché, dopo essere stato malmenato e ferito, fosse stato rinchiuso in una struttura che lui percepiva come un carcere - continua Maria Bonafede - nessuno gli ha risposto adeguatamente e, nella solitudine della disperazione, si è tolto la vita. Qualche riga di cronaca, le consuete parole di circostanza e poi il caso è stato dimenticato".

Ricordiamo che la morte di Moussa Baldi nel Cpr, il Centro per il rimpatrio di Torino, è l'ennesima ferita che certifica ancora una volta il fallimento delle politiche migratorie e di accoglienza, italiane ed europee. Era arrivato con un barcone nel 2017 e aveva subito presentato la domanda di asilo politico ad Imperia ed era ancora in attesa della convocazione di una Commissione territoriale che doveva valutare il suo caso.

Un tempo assurdamente lungo, si sentiva evidentemente in un limbo senza uscita. Balde aveva imparato l'italiano in pochi mesi e aveva raggiunto il diploma di terza media al centro di formazione territoriale per adulti di Imperia. Poi ancora il vuoto. Aveva anche tentato il passaggio in Francia, dalla frontiera di Ventimiglia, ma era stato respinto dalla polizia francese.

Avrebbe tentato ancora nella speranza di proseguire il proprio personale progetto di vita. Ma è stato pestato barbaramente da tre italiani all'uscita di un supermercato, come si vede fin troppo bene in un video girato da un cittadino. Per lui dopo le cure in ospedale è giunto il trasferimento al Cpr di Torino, senza spiegazioni, un carcere da cui sarebbe uscito solo per vedersi rispedire in Africa. La disperazione lo ha portato ha impiccarsi.