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di Cristina Palazzo


La Repubblica, 2 febbraio 2020

 

Si era cucito la bocca più volte, aveva scioperato rinunciando al cibo e si era tagliato perché in Marocco, dove sarebbe tornato tra pochi giorni in seguito a un decreto di espulsione, non voleva andare. Stava scontando una condanna per rapina e sperava nell'udienza della prossima settimana, che ora non si terrà perché il detenuto, trentenne, si è ucciso usando una busta in testa e delle bombolette di gas venerdì sera nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino, una tecnica diffusa tra chi è in carcere come gesto voluttuario, per compensare la carenza di droga.

Era stato sottoposto a una visita psichiatrica la sera prima, non avrebbe mostrato di voler farla finita, e prima di quel momento non aveva mai tentato il suicidio. Ma comunque era in cella con un'altra persona, una sorta di supporter, che però venerdì sera dormiva.

È stato lui comunque a lanciare l'allarme: i soccorriti hanno provato a rianimarlo ma non c'è stato più nulla da fare: la notizia della sua morte è stata data dal garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma.

"La sua pena sarebbe terminata tra 11 giorni - denuncia. Possibile che ciò non interroghi la società esterna e che resti soltanto un problema del carcere e di chi in esso opera? Possibile che non si legga il nesso tra l'assenza di un qualche supporto territoriale e una vita così "sprecata"?".