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di Giuseppe Legato e Caterina Stamin

La Stampa, 20 marzo 2026

Le indagini sulla morte al Lo Russo e Cutugno: un solo agente nella sezione dov’era detenuto. Alle 18.30 di lunedì nella sezione Marini del Padiglione E, del carcere Lorusso e Cutugno, c’era un solo agente di polizia penitenziaria. Una persona incaricata di sorvegliare Bernardo Pace, 62 anni. Dalle 14 doveva occuparsi di lui e gestire da solo anche la cucina. Poi, alle 20, sarebbe arrivato un secondo agente a sostituirlo a fine turno. Quel cambio non è mai avvenuto. Pace, pochi minuti dopo aver “ritirato” la cena nella sua cella, è salito su una sedia. Ha agganciato un laccio di ferro al bocchettone deputato al ricircolo dell’aria creando un cappio. E si è tolto la vita.

Doveva scontare 14 anni per associazione mafiosa. E da poche settimane era diventato un pentito. Aveva iniziato a collaborare con la direzione distrettuale antimafia di Milano, a raccontare il suo vissuto criminale ai carabinieri del nucleo investigativo e alla pm Alessandra Cerreti, titolare dell’inchiesta Hydra. Aveva appena cominciato a portare a galla un mondo sommerso, a fare luce su un patto-cartello tra esponenti di tre diverse organizzazioni criminali (‘ndrangheta, camorra e Cosa nostra) in Lombardia.

La sezione “dei collaboranti” - Da pochi giorni era stato trasferito dall’Alta Sicurezza (AS3, massimo livello, un gradino sotto il 41 bis), nella sezione cosiddetta “dei collaboranti”. È qui che lunedì mattina ha svolto i colloqui con gli specialisti psicologi del carcere. Poi, ha pranzato, passato il pomeriggio e ritirato la cena. Nessuno, stando a quanto emerso finora, si era accorto del suo stato d’animo. L’ha trovato impiccato un agente di polizia penitenziaria, che poi è corso dall’altra parte del carcere nel tentativo disperato di recuperare una tronchese, con cui tagliare il cappio fatto con un cavo d’acciaio.

Le indagini - Da quel momento, sono in corso le indagini. Per la caratura del personaggio e per le modalità del gesto (che si presume, con assoluta fondatezza, volontario) la procura ha aperto un fascicolo con l’ipotesi tecnica di istigazione al suicidio. È seguito direttamente dal procuratore Giovanni Bombardieri. L’autopsia verrà svolta nelle prossime ore. Intanto, ci sono ancora diversi punti da chiarire, a partire dal cavo d’acciaio: per cosa era utilizzato? Un’ipotesi è che potesse essere il filo di un vecchio stendibiancheria, ma c’è anche al vaglio la possibilità che si trattasse dell’antenna di un televisore. Da qui, la seconda domanda: dove lo ha trovato Pace? Nell’istituto penitenziario c’erano stati dei lavori di ristrutturazione, e, da qualche settimana, era stato montato un box doccia nel bagno del Padiglione. Ma allora, arriviamo alla terza domanda. Com’è stato possibile che Pace si trovasse in cella con il cavo d’acciaio? Chi ha controllato?

Un “sistema al collasso” - Il sindacato Osapp denuncia un “sistema al collasso”. Spiega: “Il personale del carcere è esasperato e lavora in condizioni sempre più difficili tra degrado, sovraffollamento e continue tensioni”. La conferma arriva dai numeri: alla sezione Marini, che ospitava Pace, lavorava un solo agente e si occupava anche della cucina. E così negli altri tre piani del Padiglione E: un solo poliziotto per ogni livello, più uno addetto alla portineria. Un totale di cinque agenti per oltre un centinaio di detenuti. “Il carcere sta affondando” aggiunge l’Osapp, che critica anche la scelta di festeggiare il 209esimo anniversario della fondazione del Corpo di polizia penitenziaria in programma il 20 marzo. “Prima delle cerimonie servono interventi concreti per restituire sicurezza, dignità e condizioni di lavoro accettabili”.

Le indagini sulla morte di Pace faranno luce anche su tutto questo. “È indispensabile chiarire se le garanzie previste siano state effettivamente assicurate e se il sistema abbia funzionato come avrebbe dovuto” commenta la senatrice Enza Rando, responsabile Legalità e lotta alle mafie del Pd. La morte del boss pentito, conclude, “non può essere archiviata come un fatto isolato”.