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di Giada Lo Porto

La Repubblica, 7 maggio 2025

La donna protestava da 18 giorni per vedere il figlio. Secondo il pm i sanitari agirono correttamente, ma la famiglia farà opposizione. Non aveva più toccato né acqua né cibo per diciotto lunghissimi giorni. Quel rifiuto era stato il suo grido di disperazione: voleva vedere il suo bambino di tre anni. Non poteva perché, in carcere a Torino, stava scontando una condanna di 10 anni e sei mesi per tratta e immigrazione clandestina. In quella cella del Lorusso e Cutugno Susan John, nigeriana di 43 anni, ha perso la vita l’11 agosto 2023.

Quattro medici (difesi dagli avvocati Francesco Bosco e Gian Maria Nicastro) erano accusati di omicidio colposo: nell’ipotesi iniziale non avrebbero disposto per tempo il ricovero d’urgenza e avrebbero ritardato “senza giustificato motivo” il ricovero programmato. La procura aveva cercato risposte nelle comunicazioni all’interno del carcere tra i medici e la direzione e tra il penitenziario e l’ospedale dove la donna non arrivò mai.

Per il pm Mario Bendoni non è colpa di nessuno: ha chiesto l’archiviazione sulla scorta di due consulenze tecniche che avrebbero accertato la bontà dell’operato dei sanitari. “Non pare che vi siano state omissioni da parte del personale operante - si legge negli atti del procedimento - sia appartenente all’amministrazione penitenziaria, sia sanitario alle dipendenze dell’Asl. La detenuta, alla luce di quanto scritto dai medici intervenuti, è parsa in grado di intendere e di volere, conscia del suo stato e delle conseguenze alle quali si sarebbe esposta continuando a rifiutare il vitto”. Inoltre - viene precisato - anche se Susan fosse stata ricoverata il giorno prima (come veniva contestato) non è detto che sarebbe sopravvissuta. “L’avvio di cure adeguate nel pomeriggio del 10 agosto - riportano gli atti - sebbene avrebbe permesso di aumentarne le chance, non avrebbe comunque garantito la sopravvivenza della paziente in termini di elevata probabilità prossima alla certezza”.

In sostanza “a fronte del quadro di costante rifiuto alle cure - argomenta il pm - gli spazi di intervento medico erano ridotti e l’eventuale chiamata al 118 nel pomeriggio del 10 agosto non avrebbe con certezza escluso la morte”. I familiari però non si arrendono: il marito della donna ora si è opposto alla richiesta di archiviazione con l’avvocato Manuel Perga. Durante le indagini preliminari era emerso che “la struttura carceraria non ha protocolli specifici per la gestione di scioperi della fame: tutte le procedure confluiscono nel documento “rischio suicidario”, si legge negli atti. Il caso di Susan John fece scalpore anche perché poche ore dopo un’altra detenuta di 28 anni, si uccise impiccandosi. Per giorni si tornò a parlare dell’allarme suicidi nei penitenziari. Anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio si precipitò a Torino per gestire le criticità del penitenziario.