di Ludovica Lopetti
Corriere di Torino, 23 aprile 2025
I dottori erano accusati di non essere intervenuti in tempo. Ma le consulenze mostrano la correttezza del loro operato. Si è chiusa con un’archiviazione l’inchiesta sulla morte di Susan John, 42 anni, che l’11 agosto 2023 si è lasciata morire di inedia nella sezione femminile del carcere Lorusso e Cutugno. Quattro medici della casa circondariale (difesi dagli avvocati Francesco Bosco e Gian Maria Nicastro) erano accusati di omicidio colposo: nell’ipotesi iniziale, non avrebbero fatto abbastanza per tentare di salvare la donna e soprattutto non sarebbero intervenuti tempestivamente perché venisse ricoverata. Nelle scorse settimane però è stato lo stesso pm Mario Bendoni a chiedere l’archiviazione, sulla scorta di ben due consulenze tecniche che hanno acclarato la bontà dell’operato dei sanitari. Il capo d’imputazione attribuiva a vario titolo il mancato ricovero d’urgenza della detenuta quando era ormai a rischio della vita e il ritardo “senza giustificato motivo” nel ricovero programmato.
Susan John aveva varcato le porte del carcere il 22 luglio per scontare una condanna definitiva a dieci anni e quattro mesi per sfruttamento e tratta di essere umani: alcune connazionali l’avevano accusata di essere una maman, ovvero colei che si occupa di reclutare nel paese d’origine donne da destinare alla prostituzione. La donna aveva lasciato a casa con il marito due figli piccoli, di cui uno autistico: proprio l’allontanamento dai bambini avrebbe scatenato in lei quel senso di impotenza e solitudine che nei giorni successivi l’aveva spinta al digiuno. A dare il primo allarme era stata la polizia penitenziaria, perché Susan rifiutava cibo, acqua e persino le cure dei medici. Fino al primo malore, il 4 agosto. In quell’occasione era stata accompagnata in ospedale priva di sensi dopo una caduta, ma era stata dimessa nel giro di poche ore senza particolari raccomandazioni, anche perché aveva rifiutato esami e terapie.
Il monitoraggio sanitario era proseguito dietro le sbarre, ma la donna aveva continuato a non mangiare e bere, perdendo peso a vista d’occhio. Il 9 agosto il Tribunale di Sorveglianza aveva autorizzato il ricovero nel repartino delle Molinette, che però ci sarà mai. L’11 agosto la donna era stata trovata senza vita in carcere. L’autopsia aveva individuato la causa del decesso in “un’insufficienza cardiaca acuta in conseguenza di un’aritmia maligna”, un problema che potrebbe essere stato aggravato dal rifiuto di bere per diciotto giorni. Nel referto autoptico si ipotizzava che, sebbene non avesse labbra secche e segni di disidratazione, potesse aver subito uno scompenso elettrolitico: una carenza di liquidi che avrebbe compromesso l’attività del cuore.
Quello di Susan John fu il 42esimo suicidio in carcere del 2023, seguito poche ore dopo da quello di Azzurra Campari, 28 anni, detenuta nell’articolazione per la tutela mentale. In seguito ai due episodi, anche il guardasigilli Carlo Nordio visitò l’istituto di pena e promise di utilizzare le caserme dismesse per trasferire i detenuti meno pericolosi. Una promessa che, a oggi, non ha mai visto la luce.











