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di Giuseppe Legato

La Stampa, 5 giugno 2024

Al processo per le presunte torture al Lorusso e Cutugno di Torino, un’insegnante racconta: “Li chiamavano merde, hanno cercato di bloccare una lezione”. Appare nel processo sulle presunte torture in carcere come terza testimone del giorno nel dibattimento con rito ordinario che si sta celebrando di fronte al collegio presieduto dal giudice Paolo Gallo: “Sono un insegnante di lettere del distaccamento del liceo artistico all’interno del carcere” racconta. Da 10 anni, insieme a un collega e a una dirigente scolastica ha fondato il corso per conseguire il diploma riservato ai detenuti del Padiglione C riservato ai cosiddetti sex offender cioè quelli che si sono macchiati di condotte sessuali penalmente rilevanti. Il pm Francesco Pelosi, titolare dell’inchiesta tra le prime in Italia a postulare questa ipotesi di reato, la incalza. A seguire partono le domande degli avvocati dei 22 agenti imputati. Ed è lì, quasi in coda alla testimonianza che la docente dice testualmente: “Una agente donna della polizia penitenziaria un giorno mi disse: “Queste merde sono qui per quello che sappiamo e gli danno anche la scuola gratis”.

Il magistrato chiede di specificare a chi si riferisse la poliziotta: “Ai miei studenti” replica l’insegnante. “C’era in generale un clima di violenza verbale da parte della penitenziaria verso i detenuti”. E aggiunge. “Disse che riteneva che i detenuti non dovessero avere diritto alle lezioni e ai libri gratis. Diciamo che alcuni della penitenziaria vedevano male questa possibilità della scuola nel penitenziario”. Altro esempio: “Una mattina arrivo in carcere e un’altra agente donna mi attende nella sala destinata alle lezioni: “Oggi non si fa scuola - mi dice - quindi se ne può andare”. Chiedo spiegazioni, non me ne dà. Percorro in pochi minuti il tragitto dal Padiglione all’ufficio del direttore Minervini. Gli rappresento la cosa, lui i rassicura e gli alunni arrivano dai piani e frequentano la lezione. Dopo la segnalazione li avevano fatti scendere tutti”.

La docente ha anche raccontato di come due detenuti (individuati dalla procura come parti offese e ammessi dal collegio alla costituzione di parte civile) avessero parlato delle violenze subite da alcuni degli agenti. “Uno in particolare sbottò davanti a tutti in classe: mi sembrò un fatto gravissimo, lo interruppi per fargli presente che aveva l’obbligo di rappresentare quanto accaduto alla garante dei detenuti e al suo avvocato”. All’uscita dall’udienza racconta di questa sfida - quella del liceo artistico per i detenuti sex offender - pensata e attuata ormai anni fa: “Sono in pensione, ma posso garantire che la scuola è ancora lo strumento più efficace per abbattere la recidiva che - tra chi frequentava le lezioni si abbassava dell’80%”. Cosa si faceva in aula: “Il programma di italiana del liceo: da dante a Petrarca, leggevamo le poesie, anche contemporanee mentre gli alunni ascoltavano un sottofondo musicale a occhi chiusi. C’era chi piangeva, chi rifletteva, chi ripensava alla sua vita e ha deciso di cambiarla”. Sull’atteggiamento di alcuni agenti della penitenziaria: “Ho solo voluto precisare alcune cose. Io lavoravo con uomini non con m….”.