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di Ludovica Lopetti

La Stampa, 10 maggio 2024

In tribunale a Torino la testimonianza della garante Monica Gallo: “Entravo nell’istituto e non ero considerata”. “Quando entravo nell’istituto non ricevevo nessuna attenzione, gli agenti restavano con i piedi sulla scrivania, fumavano o urlavano per chiamare i detenuti. Dovevo insistere per farmi ascoltare, mi lasciavano aspettare anche un’ora”. Era una testimonianza molto attesa quella di Monica Cristina Gallo, garante dei detenuti del Comune di Torino, ascoltata per diverse ore nell’aula del processo a 22 agenti penitenziari del carcere Lorusso e Cutugno di Torino. L’accusa? Torture sui detenuti. Gallo è una “teste-chiave”.

È stata lei a denunciare in Procura le tante segnalazioni ricevute dai reclusi del padiglione C, quello dei “sex offender”, che parlavano di schiaffi, botte e umiliazioni. Il pm Francesco Pelosi contesta a vario titolo i reati di tortura, abuso di autorità, lesioni aggravate, violenza privata, favoreggiamento, omessa denuncia e rivelazione di segreto. Gallo ieri ha ripercorso le tappe che l’hanno convinta a presentare un esposto nel 2019. “Sin dal mio ingresso - ha raccontato - operatori, insegnanti e il cappellano don Guido mi fermavano per dirmi che tirava una brutta aria. I detenuti dicevano “noi non stiamo bene qui”.

Vis-à-vis le parlano di botte nella “rotonda” e durante i trasferimenti, perquisizioni violente, soprusi gratuiti. Alcuni le mostrano lividi e cicatrici. Puntano il dito contro l’ispettore Maurizio Gebbia, coordinatore di sezione. “Gli agenti entravano e buttavano tutto per terra, strappavano fotografie - ha proseguito - A un detenuto che amava disegnare hanno tolto i pennarelli e li hanno piantati nei vasi di fiori. Un altro è stato costretto a pulire gli escrementi in cella con dei fogli di giornale, mentre prendeva calci nella schiena”. Non tutti i reclusi erano sorpresi del trattamento. “Uno mi ha detto: “ho fatto una cosa grave, è giusto che mi puniscano”. Riscontri di quello che accadeva sarebbero arrivati anche dalla lettura dei “registri degli eventi critici”, dove vengono annotati gli incidenti.

“Il direttore sanitario mi disse che in effetti i detenuti del C cadevano delle scale molto più degli altri”. A quel punto Gallo dice di aver parlato con il direttore Luigi Minervini (processato con il rito abbreviato e condannato a 300 euro di multa per omessa denuncia). “Di Gebbia disse: “Quando ci sono le mele marce bisogna spostarle”. Ma poi disse anche che aveva poco personale e non poteva spostarlo”, ha spiegato la Garante. Ancora Gallo: “Una volta il cappellano ha visto un detenuto con la testa fasciata, zoppicante, così mi ha scritto. Ho chiamato Minervini, ma lui mi ha detto “Sto andando in vacanza, rivolgiti alla capo area”.

“Mi diceva: tutto sotto controllo, indagheremo”, ma non cambiava mai niente”. La testimone ha anche riportato una confidenza ricevuta da un’educatrice: “Gebbia le disse, “fosse per me, quel detenuto andrebbe sciolto nell’acido”. Qualche divisa si sarebbe poi sfogata con la garante. “Questi anarchici ci odiano. Se do due rotoli di carta igienica alla settimana anziché uno sono fin troppo buono”, le parole attribuite a un agente.