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di Mauro Palma

La Stampa, 12 agosto 2025

Si chiude una positiva stagione per quanto attiene alla funzione di garanzia dei diritti delle persone private della libertà a Torino. Monica Cristina Gallo ha ben interpretato il ruolo di Garante nei dieci anni di mandato, promuovendo l’effettività dei diritti delle persone che, ristrette nella loro libertà, hanno una particolare vulnerabilità rispetto ai diritti soggettivi che l’ordinamento prevede. Diritti che possono essere regolati, ma mai annullati. E ciò indipendentemente dal motivo che ha determinato tale privazione: illecito penale (carcere), irregolarità amministrativa (centri chiusi per migranti), vicissitudini della vita per coloro che sono degenti in reparti psichiatrici ospedalieri o residenti in case di accoglienza e supporto che possono a volte volgere verso una concreta privazione della libertà personale.

Gallo lo ha fatto promuovendo la cultura di appartenenza sociale anche di questa parte della popolazione. Spesso fuori dalla percezione comune e, a volte, dalla stessa decisione di chi ha responsabilità politica, che si fermano al di qua di quelle mura e di quei cancelli. Inutili e pretestuosi, quindi, gli avvertimenti di chi, proprio in Piemonte e in una sede istituzionale, ha in questi giorni polemicamente parlato di “strabismo” nel rivolgere lo sguardo solo alle persone ristrette, dimenticando la complessità del sistema: accuse ingiuste rivolte al Garante regionale anch’egli a fine mandato, solo per giustificare faticosamente la propria scelta di una nuova figura per la successione.

Torino - e qui mi riferisco al Comune - ha una buona tradizione, sin da quando il 7 giugno 2004 deliberò, unanimemente con una sola astensione, l’istituzione del Garante dei diritti dei cittadini detenuti (e la sottolineatura di “cittadini” non è di poco conto). Ora si trova di fronte a una nuova scelta e nel frattempo la fisionomia di questa figura, sia per la sua estensione in Comuni e Regioni, sia per l’esperienza dal 2016 del Garante nazionale, si è meglio definita a partire da tre assi: indipendenza, professionalità e sensibilità al tema dei diritti.

L’indipendenza è valore non definibile solo attraverso la non appartenenza ad ambiti politici - o l’ancor più grave designazione su indicazione politica - perché si estende anche all’autonomia rispetto ad ambiti associativi di provenienza e alla capacità di prescindere da impostazioni culturali che pure hanno caratterizzato il proprio precedente cammino. Ricordo ancora la centralità di questo concetto nel mio impegno, prima come presidente del comitato che in Europa svolge tale compito sulla base di un trattato ratificato dagli Stati, sia poi chiamato a presiedere il neo-istituito Garante nazionale. Troppo limitativo è il riferimento al controllo degli incarichi avuti o dei compiti amministrativi ricoperti, perché l’indipendenza è un atteggiamento del proprio agire che va al di là di questi.

La professionalità è un pre-requisito imprescindibile - oggi in modo particolare - che richiede conoscenza di questi luoghi, delle loro norme, delle loro difficoltà, del loro vivere quotidiano, soprattutto nell’attuale difficile contesto, e che non è certo riassumibile in qualche improvvida frase recentemente detta da chi ha assunto tale ruolo ad altri livelli, riassumibile nel “non avere dimestichezza, ma nell’esserne affascinati”. Quanto alla sensibilità sociale è quella che ci ricordano gli articoli 2 e 3 della nostra Costituzione e il suo richiamo a “rimuovere gli ostacoli”. Per tutti, soprattutto per coloro che sono in questa specifica vulnerabilità. Torino dovrà essere, come nel passato, adeguata a tale specifico compito di individuare quel punto dello spazio cartesiano che sia definito da quei tre assi e che non ne dimentichi alcuno.