di Irene Famà e Gianni Giacomino
La Stampa, 26 marzo 2024
Aveva problemi psichiatrici e da novembre doveva essere trasferito in una Rems. La sua legale: “Attese troppo lunghe”. E la garante Gallo attacca Nordio. Alvaro Fabrizio Nuñez Sanchez aveva trentuno anni. Ed era affetto da gravissimi problemi psichici. Schizofrenico, paranoico. Quei demoni nella testa non li riusciva a controllare. Lo scorso agosto aveva tentato di uccidere il padre ed era finito in carcere. Ma lui, nel penitenziario di Torino, non avrebbe dovuto stare così a lungo. Da novembre attendeva di essere trasferito in una Rems (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza), una di quelle strutture che accolgono i detenuti dalla mente fragile. Rinvii continui. Lì, per lui, non c’era posto. Così Alvaro è rimasto al Lorusso e Cutugno di Torino per sette mesi. E domenica sera, intorno alle 20.30, si è suicidato. Ha preso un lenzuolo di quelli dati in dotazione a chi è recluso, l’ha legato intorno alle sbarre della cella e poi l’ha stretto intorno al collo.
E ora si torna a parlare dell’emergenza carceri. Sempre più affollate. Sempre più complesse da gestire. C’è carenza di agenti penitenziari, come denuncia da tempo il sindacato Osapp. E i numeri degli educatori e dei medici sono sempre più esigui. Nel carcere di Torino, gli psichiatri sono cinque. Trattano 3.500 casi l’anno. Alvaro, nato in Ecuador, era arrivato in Italia all’età di cinque anni. Appassionato di calcio, le sue giornate le passava al campetto vicino a casa. Si era diplomato all’istituto Sommeiller: ragioniere perito commerciale. Il suo sogno sarebbe stato iscriversi all’università. Studiare economia, diventare, chissà, un manager. Ma i demoni della sua mente hanno deciso altro. Rabbia, violenza. Mamma e papà lo sapevano bene.
Nel 2014, Alvaro aveva già tentato di togliersi la vita: si era lanciato dalla finestra di casa, dal quarto piano di un palazzo in centro città. Poi, nel 2018, è finito sul banco degli imputati per maltrattamenti alla madre. Una perizia l’aveva dichiarato incapace di intendere e di volere. Un ricovero dopo l’altro in ospedale e in strutture specializzate. Una serie di Tso. Poi cure e medicine. Ma per il giovane Alvaro il futuro era sempre più incerto. Il 26 agosto 2023, mentre papà Edmundo dormiva, il trentunenne l’ha assalito con un coltello. “Sono i demoni”, aveva detto durante l’arresto. Vaneggiando. Ostaggio della sua patologia. Le manette, il carcere. Una perizia che registra, nero su bianco: Alvaro non è capace di intendere e di volere. Ed è socialmente pericoloso. Il pubblico ministero dispone la detenzione in una Rems. In Piemonte, di strutture di questo tipo ce ne sono solo due. “Liste d’attesa troppo lunghe. È stato impossibile trovare posto per lui”, dice la sua avvocata, la penalista Francesca D’Urzo.
Sulla morte di Alvaro, la procura di Torino ha aperto un’inchiesta affidata al pubblico ministero Valeria Sottosanti. E gli inquirenti hanno sequestrato cartelle cliniche e documentazione. E ora tutti si chiedono se questa tragedia si sarebbe potuta evitare. La garante comunale dei detenuti Monica Gallo attacca il Governo: “Dal ministro della Giustizia ci sono state solo parole, nessuna azione mirata. È un atteggiamento non più accettabile”. Ricorda una data: l’11 agosto 2023. Azzurra Campari, 28 anni, si era impiccata in carcere. Susan John, 43 anni, era morta in cella dopo tre settimane di digiuno. Anche loro avevano problemi psichici. Anche su queste vicende le indagini sono in corso. Da inizio 2023, in tutta Italia, 27 persone si sono suicidate in carcere. Nel 2022 erano state 57. Numeri allarmanti. Eppure il problema dei posti nelle Rems, di cui si parla da anni, continua a restare tale.









