di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 maggio 2024
Si avvicina l’udienza preliminare per il caso di Moussa Balde, il giovane guineano morto nel Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio) di Torino nel giugno del 2021. Il 23 maggio 2024, il gup Gloria Biale dovrà decidere se rinviare a giudizio i tre imputati: un poliziotto accusato di falso e favoreggiamento, il dirigente locale della società francese Gespa che gestiva il Cpr, e il medico in servizio, entrambi accusati di omicidio colposo in concorso. Chiamato in causa dalle parti civili ci sarà anche il ministero dell’Interno. L’inchiesta che ha portato alla richiesta di rinvio a giudizio si è concentrata sulle lacune nella sorveglianza sanitaria e sull’uso improprio di un locale, chiamato “ospedaletto”, dove venivano rinchiusi i migranti con problemi psicologici e di comportamento. Nell’udienza preliminare sono stati ammessi come parti civili le associazioni Asgi e Frantz Fanon, oltre a sette familiari del giovane, finito in isolamento per 10 giorni al Cpr dopo essere stato vittima di una violenta aggressione da parte di un gruppo di italiani per le strade di Ventimiglia. Un pestaggio che lo aveva profondamente segnato nel fisico e nella mente.
Il 9 maggio 2021, Balde fu aggredito da tre uomini a Ventimiglia mentre chiedeva l’elemosina davanti a un supermercato. Già provato da anni di respingimenti e dalla delusione per il fallimento del suo progetto migratorio, si trovava a vivere per strada senza dimora e privo di documenti regolari. A seguito del pestaggio, con una prognosi di 10 giorni, fu raggiunto da un decreto di espulsione e accompagnato dalla polizia al Cpr di Torino. Lì, secondo i legali della famiglia, Balde non ebbe la possibilità di raccontare il pestaggio subito e fu rinchiuso nell’ “ospedaletto”, una sezione di isolamento del Cpr che non sarebbe regolamentata da nessun criterio giuridico. In questo luogo di isolamento, nella notte tra il 22 e il 23 maggio 2021, fu trovato morto. Nel gennaio 2023, i tre aggressori di Balde sono stati condannati in primo grado a 2 anni di reclusione con sospensione condizionale della pena per lesioni aggravate dall’uso di corpi contundenti.
“La notte della sua morte l’abbiamo sentito urlare a lungo e chiedere l’intervento di un dottore”, raccontarono i testimoni presenti in quelle ore, “senza ricevere nessuna risposta”. “Non credo che questo si possa definire un suicidio” ha denunciato suo fratello Amadou Thierno Moussa, che chiede solidarietà nella ricerca di giustizia allo Stato italiano. “Piuttosto, ci sembra l’inevitabile conseguenza di un’aggressione razzista e di una detenzione illegale”. E il tempo gli ha dato ragione. Dopo una complessa indagine, la procura ha chiesto il rinvio a giudizio. Ora al gip la decisione.










