di Irene Famà e Massimiliano Peggio
La Stampa, 21 aprile 2022
Costruito più di 40 anni fa oggi accusa i segni del degrado e del sovraffollamento: dopo le inchieste il riscatto è nei progetti per i detenuti, dai laboratori ai percorsi di studio.
“Faccio questo, almeno non penso”. Che sia piegare nove volte un foglietto di carta per trasformalo in un origami, mentre si sta distesi sul letto a castello. Che sia levigare un pezzo di legno per resuscitare il vecchio tetto di una carrozza ferroviaria, nel laboratorio di falegnameria. Che sia catalogare libri di filosofia o romanzi d’amore raccattando donazioni dove capita. Che sia abbozzare a matita il disegno di due occhi ispirati al volto di Eva Kant, durante le lezioni di arte dove nessuno vuole svelare il proprio passato. Ognuno prova a modo suo a non pensare al tempo che scorre immobile e indifferente nel carcere.
Più di quarant’anni di un penitenziario legato al nome di un quartiere, le Vallette, anche se per l’amministrazione e per la città porta quello di due martiri in divisa: Lorusso e Cutugno. Costruito in fretta e male, per sopperire all’emergenza carceraria e alle minacce del terrorismo, non è mai stato un modello di architettura. Lo dimostrano i segni del degrado, come le crepe, le infiltrazioni dai tetti, le falle nelle tubature delle fogne nel padiglione B. “Quello B e C sono i peggiori” dice Giuseppe Pilato, detenuto incontrato nell’area sanitaria. “Conosco tutti i blocchi” assicura, elencando le magagne del carcere e discutendo di permessi e documenti che non si trovano.
Anche il padiglione E, il più nuovo, costruito per ultimo, da fuori non ha nulla di bello. Né la forma, né il colore. Si riscatta un poco dentro, perché tutto sommato non mostra le ferite del resto della struttura. “Questo è il nostro carcere, con pregi e difetti. Dobbiamo farlo funzionare al meglio, facendo ognuno la propria parte. Con infinita passione” afferma Cosima Buccoliero, la neo direttrice dell’istituto di via Adelaide Aglietta.
Mura di cemento e sbarre sono i confini di un quartiere sovraffollato. Ne potrebbe contenere poco più di mille, ma ci sono 1400 detenuti. Eppure gli spazi appaiono immensi, passo dopo passo, tra corridoi che sembrano non finire mai. “Questo lo hanno chiamato corso Francia, talmente è lungo”.
I colori della prigionia - In ogni padiglione, un numeratore dà il conteggio delle presenze del giorno. Su un tabellone si annotano i nomi dei reclusi, distinti per sezione. I colori distinguono le origini. Africani, romeni e albanesi, sudamericani. “Non è una questione razziale, per carità. Dobbiamo tenere d’occhio le loro radici per rischiare di innescare conflitti, antipatie, tensioni. In questo periodo, ad esempio, è importante non mettere nello stesso spazio russi e ucraini” racconta un ispettore, illustrando i primi passi del carcere.
Per chi arriva in visita, questo viaggio inizia da un ingresso sorvegliato e due porte. Per chi arriva con le manette ai polsi, va da sé, il percorso è un altro. C’è un limbo che si chiama “nuovi giunti”. E c’è la sezione filtro, ben nota ai militari della droga, quelli che ingoiano dosi come se fossero salvadanai ambulanti. “In questa zona, il ministero non permette visite”. Allora rimangono le parole della guardasigilli Cartabia, che lo ha visitato di recente: “È un posto disumano”.
Il carcere di Torino ha due volti: da un lato i progetti di reinserimento, presi a modello in tutta Italia, e dall’altro l’inchiesta sulle torture. Il “Sestante”, area psichiatrica finita al centro di polemiche e indagini tuttora in corso, è in fase di ristrutturazione. Ci sono gli operai che demoliscono e ricostruiscono celle e bagni. “A morte i fascisti” si legge da una scritta che affiora dalle pareti scrostate. “Amore non dimenticarmi”.
Un piano sotto, tra i detenuti comuni, s’incontra la quotidianità. Con Vincenzo, che accoglie i visitatori inattesi con una battuta: “Entri in un attimo e un secondino ti fa uscire”. Si scosta e quasi con orgoglio mostra la sua cella. Che si distingue dalle altre per ordine e pulizia. Sul tavolino alcuni libri gialli. L’ambiente è curato, persino l’aria è profumata. “Ci mancherebbe. Se non si fa così perdi dignità qui dentro”. Ha già scontato tre anni. “Tra un mese esco” annuncia. Fuori che cosa farà? “Torno al mio lavoro, il rappresentante”.
Le finestre sul cortile - Un metro e mezzo oltre e si è già in un altro mondo. Fotografie di bambini e ritagli di giornaletti porno. A terra, a meno di un metro dal wc, una bacinella gialla con dentro pentole, piatti, coperchi. Sul davanzale tre bombolette di gas da campeggio, una caffettiera svitata e tazzine impilate. La finestra si affaccia sul cortile dell’ora d’aria. Su una parete il calendario e la Madonna: “Dio ti ama e prega per te”. C’è tutto quello che ti aspetti in questa stanza che la burocrazia dell’amministrazione penitenziaria ha ribattezzato “camera di pernottamento”. Il nome suona gentile, ma per chi è qui resta una cella. Con le sbarre alla finestra. A tutte le porte è appesa una bottiglia piena. A che serve? “Per non farle sbattere”. L’ipocrisia delle parole non si ferma alle sbarre. È bandito anche il termine “bettolino”, il detenuto che si occupa degli acquisti. Bisogna dire “addetto all’ufficio spesa”. Guai a dire “scopino”, sostituito da “addetto alla pulizia”. Nemmeno “portavitto” è consentito, meglio “addetto alla distribuzione” dei pasti. “A noi non cambia nulla, non sono questi i nostri problemi”.
La vita di tutti i giorni. Due in cella. “Se uno sta a letto, l’altro deve stare in piedi”. Per fare la doccia? “Bisogna fare la fila”. Chi ha le stampelle, o è su una sedia a rotelle, fatica a muoversi. La sveglia, i rumori di chiavi e di porte, il televisore acceso ad oltranza. “Alle 7 sveglia, ora d’aria dalle 9 alle 11 e dalle 13 alle 15. Il resto del tempo lo trascorriamo in corridoio”. E così, in quello spazio comune, capita si annidino tensioni che diventano risse. “Dovreste avere più pazienza. Noi siamo qui forzati, voi guardie lo fate per scelta” afferma un detenuto accusato di omicidio. “Qui ci dovrò stare un po’, anche se non ho ancora affrontato il processo. Gioco a scacchi, tanto sono marchiato a vita. Questo voi guardie non lo capite”. L’ispettore ascolta e poi risponde: “La libertà è importante per tutti. Chi è qui non lo è per caso. E di pazienza, mi creda, ne abbiamo tanta”.
E questa pazienza la si può toccare con mano. Tanti inseguono gli agenti, la direttrice stessa, brandendo fogli e appunti. “Mi ascolta un secondo, ho un problema”. Ad ogni passo una valanga di richieste. Per lo più di lavoro.
Il lavoro - In carcere, un po’ di offerta c’è. Per i più volonterosi, per chi un orizzonte di libertà ancora ce l’ha. La panetteria, la falegnameria, la lavanderia, la stireria. E la torrefazione, dove si tostano i chicchi di caffè del Sud America in un macinino gigante, T60, che ha 70 anni di onorata carriera. “Funziona perfettamente”. Poi ci sono i corsi, la scuola, i libri, le lezioni di fisica e di pittura. Nella classe dove gli allievi scontano condanne per reati sessuali si insegna arte. “Nessuno degli altri detenuti vuole stare con loro. Ma come educatori abbiamo deciso di partire da lì, per insegnare il valore della bellezza e del rispetto a chi il corpo l’ha deturpato”.
Poi, quasi una sorpresa, si scopre che nel carcere c’è la più grossa comunità felina della città. Gatti ovunque, nei cortili, tra le aiuole interne, a zonzo nei piazzali, appollaiati sulle finestre. “Ce ne sono 250” dice un educatore. Sono liberi di stare lì. Ma se chiedi ai detenuti, perché a loro tocchi di stare in carcere, quasi tutti finiscono sempre per dare la stessa risposta. “Roba di poco conto”. “Colpa di un errore”.










