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di Fra’ Giuseppe Giunti

La Voce e il Tempo, 20 giugno 2024

Gli adolescenti che incontriamo all’interno del carcere minorile Ferrante Aporti di Torino sono la testimonianza vivente che la nostra epoca è sempre più un mondo di “io”, che mette in secondo piano il “noi”. Il modo che si usa per definire la maggioranza di questi ragazzi è “minori non accompagnati”, soli appunto. La solitudine è una delle possibili letture del complicato mondo delle carceri cosiddette minorili, o tecnicamente Istituti Penali Minorili. Un adolescente solo, non accompagnato, non aspettato, non sgridato, non incoraggiato perché non ha una famiglia all’esterno sulla quale contare, alla quale fare riferimento in un progetto di rieducazione, o spesso di prima educazione vera e propria; questo è il soggetto del quale dobbiamo prenderci cura.

Giorni fa ho potuto incontrare i ragazzi minorenni del Ferrante Aporti. Mentre entravo, assieme alla giornalista e amica Marina Lomunno, il pensiero andava a don Bosco; certo, perché proprio qui, dopo una prima visita per lui sconvolgente, nel suo cuore nacque il nucleo iniziale del metodo educativo. Don Bosco, che nel 1855 era un giovane sacerdote di 40 anni, pensò che se fuori dal carcere ci fosse stato qualcuno ad aspettare con amore quei giovani, “discoli e pericolanti”, in loro la scintilla di bene che avevano dentro non si sarebbe spenta, anzi!

Una famiglia, una comunità e una scuola per far crescere il “noi”, che vuol dire senso di responsabilità, rispetto della legalità, impegno per realizzare i propri sogni di vita: ecco cosa ci vuole. E allora “ogni oratorio che nasce è un carcere che si chiude”, come diceva Leonardo Murialdo, un altro santo sociale amico di don Bosco. Dunque, entro nel carcere minorile e per stabilire un legame di fiducia reciproca chiedo ad uno dei ragazzi, Ahmed (nome di fantasia), di intonare un canto arabo di benvenuto, cosa che parte al volo, assieme ad un briciolo di commozione: cantare nella propria lingua, tutti insieme. Poi il colloquio si fa molto concreto e serio. Possiamo riassumere i numerosi e a volte urlati interventi, tradotti da Ahmed in perfetto italiano, in una domanda: “cosa ci stiamo a fare qui dentro?”.

La risposta dovrebbe essere: vi preparate nel migliore e concreto dei modi, a uscire diversi e migliori da come siete entrati. Come tutto il sistema carcerario italiano, il Ferrante deve rispondere alle indicazioni dell’articolo 27 della Costituzione della Repubblica: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Eppure anche a Torino il numero dei giovani condannati è superiore alla capacità recettiva della struttura e in alcune celle si dorme su una branda da spiaggia a terra. A fronte di 46 posti certificati sono presenti 56 minori.

Il Decreto Caivano, presentato come strumento utile per la sicurezza pubblica e la certezza della pena per i minori che commettono reati, in realtà aumenta semplicemente il numero dei giovani detenuti senza alcuna misura che fornisca gli strumenti necessari a mettere in pratica le indicazioni della Costituzione. Anche qui il personale è in numero inferiore alle necessità richieste dalle varie professioni. Gli agenti penitenziari si trovano a fare lo straordinario in maniera… ordinaria! E ci si chiede perché non ci sia una rete esterna di comunità, cooperative, famiglie che possano ridurre al minimo la detenzione all’interno.

Esiste in realtà un certo numero di soggetti impegnati nel volontariato e in particolare nella dimensione scolastica, educativa. La forte esigenza è quella di profilare i progetti tenendo conto che i detenuti coinvolti sono adolescenti, ai quali bisogna fornire alfabetizzazione, prima di tutto, nuova fiducia negli adulti che si occupano di loro, nuova capacità di sognare un futuro “altro” rispetto al passato devastante dal quale provengono e che non può essere dimenticato dalla collettività.

Potremmo dire che il carcere dei minori porta alla luce in maniera evidente le contraddizioni, le fatiche, le sconfitte che tutta la società sperimenta nei confronti degli adolescenti, oggi quasi invisibili nei programmi politici e culturali. “Sogna, ragazzo, sogna”: è l’incoraggiamento forte e cordiale, è l’augurio che deve risuonare anche nelle celle, nei laboratori, nei corridoi, nei cortili della “Generala”, come il “Ferrante Aporti” si chiamava al tempo di don Bosco.