di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 8 giugno 2024
Quando dopo qualche periodo uggioso la mattina ci alziamo e splende il sole la giornata, anche se si prospetta faticosa, inizia con una marcia in più, la luce ci incoraggia ad affrontare la vita con più energia. Prende spunto di qui “Una finta giornata di sole” il titolo di cinque puntate trasmesse dal programma “Tre Soldi” in onda su Radio 3 dal 3 giugno alle 19.45 e poi a disposizione su RaiPlay Sound. I protagonisti che danno voce al podcast, condotto dalla giornalista Francesca Berardi, sono 15 detenuti e detenute della Casa Circondariale torinese “Lorusso e Cutugno” accomunati dall’essere madri e padri.
Frutto di un laboratorio promosso dietro le sbarre lo scorso gennaio dalla Fondazione Circolo dei lettori in collaborazione con la direzione carceraria e le Biblioteche Civiche torinesi, i ristretti sono stati sollecitati a riflettere sulla genitorialità in stato di detenzione e su cosa significa scontare una pena quando a casa si hanno figli che ti aspettano. Perché quando un congiunto è in carcere tutta la famiglia è in qualche mondo privata della libertà perché con papà e mamma non si può parlare quando si vuole, non ti possono rimboccare le coperte la sera né preparare il tuo piatto preferito. Papà e mamma reclusi si possono incontrare solo ai colloqui di un’ora e parlare durante le telefonate settimanali previste dal regolamento carcerario.
Ma quando questo avviene, come raccontano nei podcast Concettina, Giuseppe, Daniele, Roberto e Mohammed, allora è come se dietro le sbarre splendesse il sole anche se è “finto” perché non puoi prendere per mano tuo figlio e andare a correre fuori in un parco, mangiare un gelato o accompagnarlo a scuola sotto il sole “vero”.
“Ti devi accontentare di prenderlo sulle ginocchia e giocare con lui nella stanza dei colloqui ma già solo questo poco tempo è gioia pura, è come la luce del sole anche se è ‘finta’, perché tra poco finisce e il tuo bambino non lo vedi più fino al prossimo colloquio”, raccontano i genitori ristretti. Eppure le “Finte giornate di sole” sono fondamentali, come ha spiegato la conduttrice Francesca Berardi durante la presentazione nei giorni scorsi nella biblioteca del penitenziario torinese con i protagonisti dei programmi e alcuni compagni di cella.
Perché, anche se detenuti e privati della libertà, non si perde il diritto di essere genitori e il periodo della pena può essere l’occasione per riflettere sul grande dono della paternità e maternità e prepararsi ad uscire sentendosi responsabili e più consapevoli di come spiegare ai propri figli perché si è arrivati a delinquere e perché si è finiti in galera.
Spesso sono persone nate in “culle sbagliate”, con percorsi di crescita in famiglie disfunzionali, nell’illegalità, senza adulti “sani” di riferimento, con abbandoni scolastici precoci ed insegnanti che non hanno capito i motivi di comportamenti aggressivi o borderline. Ma tutto non è perduto.
L’art. 27 della nostra costituzione recita che il periodo della pena “deve tendere alla rieducazione del condannato” e se non si è imparato ad essere madre e padre “fuori” lo si può fare in cella aiutati da percorsi di genitorialità ed affettività. Per rientrare se stessi, aiutati anche dai propri figli che diventano spesso il motivo di ritornare alla vita da liberi cambiati e per non commettere gli stessi errori.











