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di Elisa Sola

La Stampa, 24 gennaio 2025

Il caso di Roberto Del Gaudio, morto suicida nel novembre 2019. “Da me non saprai mai quello che è successo perché potresti essere interrogata dai magistrati e quindi non è il caso che io ti dica quello che è capitato”. Qual è la “inconfessabile verità” che il poliziotto, intercettato mentre parla con la fidanzata, nasconde? Cosa stavano facendo davvero, lui e i suoi due colleghi, la sera del 10 novembre 2019, mentre Roberto Del Gaudio, detenuto fragile e sotto osservazione psichiatrica, si impiccava nel carcere delle Vallette col suo pigiama? È una domanda senza risposta. Lo era e lo resterà probabilmente per sempre. Perché nessuno dei tre poliziotti condannati a otto e nove mesi per omicidio colposo e falso, avrebbe detto tutta la verità.

Nelle motivazioni della sentenza che conferma le condanne, i giudici della corte d’appello - presidente Gianni Filippo Reynaud, relatore Marco Lombardo - scrivono che da parte di tutti gli imputati ci fu una “negligente carenza di osservazione, assai prolungata”. Del Gaudio era un uomo ad altissimo rischio di suicidio. La sera prima di morire aveva già tentato di farsi del male. Eppure, quella in cui morì, nessuno sarebbe passato dalla sua stanza per controllare se stesse bene. Le immagini delle videocamere non mentono. Già alle 21 si vede il detenuto dare inizio “a un’ampia serie di movimenti e di manovre” preliminari all’impiccagione. “Del Gaudio - scrivono i giudici - è stato ripreso in più o meno evidente carenza dei pantaloni del pigiama nell’arco di circa un’ora”. Del Gaudio alle 21 è già parzialmente nudo sul letto. Armeggia per un’ora sotto le coperte per togliersi il pigiama, che userà come cappio. Alle 22.25 si alza dalla branda e va alla finestra. Per 12 minuti cerca di togliersi la vita. Ci riesce. Viene trovato morto soltanto alle 22.42. Perché i tre agenti in servizio quella sera non sono passati dalla sua cella prima? È l’interrogativo che si sono posti inquirenti e giudici. Sono state violate le leggi, conferma la corte, e anche il protocollo locale, che prevede che in caso di “comportamenti sospetti” vengano tolti dalla stanza della persona a rischio di suicidio lenzuola e oggetti che potrebbero essere usati per togliersi la vita. Come i pantaloni del pigiama. “Il monitor era rotto perché era caduto quella notte”, avevano detto gli agenti. Una tesi falsa per i giudici, perché sarebbe stato rotto già da tempo.

E proprio per via del fatto che il monitor collegato con la cella di Del Gaudio non sarebbe stato funzionante, “il giorno del fatto l’obbligo di vigilanza era ancora più stringente” per i tre imputati, precisano i giudici. Due poliziotti si erano difesi dicendo che mentre Del Gaudio si stava uccidendo, loro sarebbero stati impegnati a contenere la protesta di un altro detenuto. Anche in questa tesi ci sarebbe, secondo i giudici, qualcosa di improbabile. La corte d’appello ha condannato gli imputati, in solido tra loro e con il responsabile civile, il ministero della giustizia, a pagare le spese legali. “È una sentenza molto ben scritta - dichiara l’avvocato di parte civile Riccardo Magarelli - che afferma capisaldi in fatto e in diritto che inchiodano gli imputati alle loro responsabilità”.