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di Simona Lorenzetti

Corriere della Sera, 12 novembre 2023

Per l’accusa la specialista del Lorusso e Cutugno avrebbe agito con “negligenza e imperizia”. Aveva 25 anni ed era affetto da disturbi psichici. In carcere non era mai stato. Ci finisce per la prima volta il 3 agosto 2022, quando viene arrestato per aver messo a segno due rapine in altrettanti supermercati nel quartiere San Salvario: si era finto un normale cliente e una volta faccia a faccia con la cassiera aveva estratto un coltello. Per lui, giovane e fragile, la detenzione si rivela un’esperienza impossibile da gestire. Tredici giorni dopo aver varcato la soglia dell’istituto penitenziario Lorusso e Cutugno, si toglie vita. Alessandro Gaffoglio approfitta della solitudine della propria cella, prende un sacchetto di nylon e se lo avvolge intorno alla testa chiudendolo con dei lacci. Si infila sotto le coperte così da nascondersi agli occhi delle guardie e si lascia morire. È la mattina del 16 agosto quando il suo corpo viene scoperto. Sono passati quindici mesi e ora la Procura di Torino ha chiuso l’inchiesta. Una psichiatra è indagata per omicidio colposo: per il magistrato, la dottoressa non avrebbe seguito le linee guida e i protocolli che dettano le misure necessarie per la prevenzione dei suicidi in carcere.

Gli atti del procedimento raccontano una catena di errori di valutazione che avrebbero portato alla tragedia. Gaffoglio era incensurato, un ragazzo problematico e a tratti instabile. Pochi giorni dopo l’arresto, tenta di farla finita usando le lenzuola della cella. Gli agenti della polizia se ne accorgono e lo soccorrono, lo portano nel reparto sanitario e in quel breve periodo di degenza il giovane viene sottoposto a un regime di massima sorveglianza (in pratica, sotto controllo 24 ore su 24). Dopo la visita psichiatrica viene trasferito al “sestantino” (un gruppo di quattro stanze singole ricavato nella sezione nuovi giunti) in regime, questa volta, di minima sorveglianza. Gli vengono restituiti i vestiti dentro una busta di plastica: la stessa che poi userà per suicidarsi.

Stando agli elementi raccolti dal pm Valerio Longi, titolare del fascicolo, sarebbe stata la psichiatra (difesa dall’avvocato Gian Maria Nicastro) a valutare il regime di sorveglianza, stabilendo che fosse sufficiente il “lieve”. Non solo, la professionista non avrebbe integrato “gli antidepressivi prescritti” con altri farmaci specifici “così come indicato in letteratura per la prima fase di latenza del trattamento”. Stando a una consulenza tecnica, Gaffoglio avrebbe dovuto essere inserito in un programma di sorveglianza “media” e la terapia farmacologica avrebbe dovuto essere integrata. Da qui l’accusa di omicidio colposo rivolta alla psichiatra, che avrebbe agito con “negligenza” e “imperizia”. “Non dobbiamo dimenticare che il carcere è un ambiente dove è molto complesso e complicato operare sulle fragilità - spiega l’avvocato Nicastro. In quel contesto gli psichiatri fanno sforzi sovraumani per assicurare ai pazienti detenuti, che sono doppiamente fragili, l’assistenza a cui hanno diritto. Non abbiamo dubbi che riusciremo a dimostrare la correttezza del comportamento della dottoressa”.

A far scattare l’inchiesta era stato un esposto dei genitori di Gaffoglio, che avevano scoperto solo dopo il decesso che il figlio aveva già tentato di togliersi la vita. “Siamo soddisfatte che la vicenda non si sia conclusa con un nulla di fatto”, spiegano le avvocatesse che assistono il papà e la mamma del ragazzo, Laura Spadaro e Maria Rosaria Scicchitano.

“È un grande sollievo. Per i genitori sono stati momenti difficili - insistono i legali. Quest’anno e mezzo, in attesa che la Procura chiudesse le indagini, è stato complicato e pieno di sofferenza e dolore profondi. Ma anche di grandi domande. Ora il desiderio è che si faccia chiarezza, perché non si ripeta più una situazione del genere. Non si tratta solo di stabilire responsabilità o meno per la morte del figlio, ma di garantire a chi finisce in carcere le giuste tutele. Questa famiglia non cerca in alcun modo vendetta”.