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di Filippo Femia

 

La Stampa, 13 febbraio 2021

 

L'ondata siberiana minaccia chi non ha una casa: "Ora abbiamo paura". Un senzatetto: "Vivo in tenda, più volte mi sono svegliato senza respiro". Tutti in coda, battendo i denti sotto la mascherina. Alle 14.30 davanti al Cenacolo eucaristico della trasfigurazione, in via Belfiore 12, c'è una lunga fila: "Qualcuno non ha ancora pranzato, altri invece ritirano già la cena", spiega don Adriano Gennari. Le persone in attesa non hanno molta voglia di parlare. Quasi tutti sanno del clochard romeno morto nella notte in corso Taranto e chi riceve la notizia per la prima volta non è sorpreso: "Con questo freddo, non sarà l'ultimo. Poco ma sicuro", sussurra un uomo sulla cinquantina.

Ion, romeno di 36 anni, ha appena ritirato la busta con i pasti caldi insieme a un amico che stanotte gli offrirà un tetto: "Fortunatamente ho incontrato lui, oggi mi ospiterà a casa sua - racconta - Ma i giorni scorsi ho dormito in strada anche io, a Porta Palazzo". Non era la prima volta: da quando ha perso il lavoro, due anni fa, gli accade spesso. Ma l'ondata di gelo, dice, non lo spaventa: "Mi fa più paura la fame. Se trovassi un lavoro non sarei più obbligato a venire qui per poter mangiare", aggiunge.

In attesa del proprio turno allo sportello della mensa si sorseggia una caffè caldo. Una donna ha recuperato una vecchia sedia vicino a un cassonetto e la utilizza per riposarsi. Via Belfiore 12 è una casella sulla mappa del pellegrinaggio che i disperati intraprendono ogni giorno: una giornata in coda, in attesa del cibo o che una doccia si liberi. Si comincia dall'alba, per la colazione, fino all'ingresso nei dormitori per i più fortunati.

Gli altri tornano alle loro case con le pareti di cartone. La pandemia ha sconvolto le loro abitudini, spazzando via tasselli importanti di normalità. "Prima molti trovavano tregua dal freddo per qualche ora nelle biblioteche o in altri centri, che ora sono chiusi a causa del Covid", racconta una suora da anni al fianco dei senzatetto.

Il 49enne Gianni si definisce artista di strada e cartomante. Dorme quasi sempre ai Giardini Reali. "Tranne quando arriva il reddito di cittadinanza e posso permettermi qualche notte in hotel - racconta. Ma di solito sono nella mia tenda sul prato", racconta. A volte, per scaldarsi, le cinque coperte che utilizza non bastano ed è costretto ad accendere un piccolo fuoco.

"Un paio di volte mi sono svegliato nel cuore della notte, pioveva e mi mancava il respiro per il freddo. Mi spiace per il clochard morto, lo avevo incrociato un paio di volte. Non si può negare: abbiamo paura di questo gelo". Qualche metro più in là c'è Alì, un ragazzone algerino di 27 anni. È arrivato a Torino a dicembre dopo un'odissea di 7 mesi a piedi: dalla Turchia attraverso i Balcani fino all'Austria. "Mi ritengo fortunato, dormo insieme ad altre 60 persone in una struttura della Croce rossa - racconta - Ma non so fino a quando potrò fermarmi in quel dormitorio".

La maggior parte di chi frequenta il Cenacolo eucaristico della trasfigurazione vive in strada. Con loro hanno borsoni e zaini, dove stipano tutta la loro vita. "Ognuna di loro ha un dramma alle spalle - spiega don Adriano, che grazie all'aiuto di 15 volontari e Banco alimentare serve 250 pasti ogni giorno. Non vogliono solo cibo, cercano anche il calore di un sorriso o una parola di conforto. E sono molto riconoscenti", sorride mostrando una confezione di chewing gum che gli ha regalato un clochard.