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di Marina Lomunno

La Voce e il Tempo, 26 luglio 2024

Sovraffollamento (61.480 ristretti per una capienza di 51234 posti), strutture obsolete, un numero di suicidi (ad oggi 64 di cui 6 agenti penitenziari e 580 tentativi tra i ristretti) che mai si era registrato negli anni passati nello stesso periodo, tanto da far alzare la voce al Presidente Mattarella “fermate questo stillicidio!”. E poi carenza di personale (che sfiora il 50%) fra agenti penitenziari, educatori, insegnanti, medici, psicologi, infermieri e personale amministrativo. È la drammatica situazione dei 192 istituti penitenziari della Penisola - tra cui la Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” - che secondo il 20° Rapporto semestrale sullo stato delle patrie galere a cura dell’Associazione Antigone, presentato lo scorso 23 luglio, non migliorerà con il recente decreto legge del Governo sulle carceri perché - tra l’altro - complica le procedure di liberazione anticipata anziché “alleggerire” le celle.

Non stanno meglio gli Istituti penali minorili che, in seguito al decreto Caivano, hanno registrato un incremento di ingressi: 555 ragazzi per 541 posti contro i 406 nel giugno 2023. Tra le risorse indispensabili per rendere la vita dietro le sbarre più “umana” e in sintonia con l’art.27 della Costituzione (le pene devono “tendere alla rieducazione del condannato”) c’è il volontariato che a Torino ha una tradizione secolare sulle orme dei santi sociali.

Come don Cafasso, confessore dei condannati a morte e patrono dei detenuti, don Bosco che passava ore con i ragazzi “discoli e pericolanti” della “Generala” (oggi l’Istituto penale minorile “Ferrante Aporti”) o la marchesa Giulia di Barolo che, nel 1821, presentò al Governo una relazione sulla disumana situazione delle carceri cittadine, contribuendo con proposte concrete alla realizzazione della prima vera riforma carceraria e fondò una “casa di accoglienza” per le donne uscite dalle celle.

E iniziative come la falegnameria “Daccapo” promossa dalla Caritas, che raccontiamo nella rubrica “La Voce dentro” che il nostro giornale dedica ai temi carcerari, è uno dei tanti esempi di come il volontariato contribuisca a ridurre il pregiudizio e la stigmatizzazione associata alle persone ristrette. I volontari, interagendo con i reclusi, possono portare alla luce la loro umanità tormentata, promuovendo una maggiore comprensione nella società.

“Il volontariato in carcere può favorire la crescita personale e professionale dei detenuti, grazie ad attività formative, offrendo sostegno morale ai ristretti, contribuendo al loro reinserimento sociale oppure organizzando attività ricreative, di inserimento lavorativo e anche di volontariato” spiega Wally Falchi, responsabile del Centro d’Ascolto “Le Due Tuniche” della Caritas diocesana che dagli anni ‘80 è punto di riferimento per chi desidera donare un po’ di tempo dietro le sbarre. “L’ascolto è il nostro compito primario: essere volontario richiede impegno e attenzione. Significa aiutare senza chiedere niente in cambio, ma è anche un momento di confronto con noi stessi. I programmi di volontariato possono aiutare i detenuti a prepararsi per il loro ritorno nella società, offrendo strumenti e risorse che facilitano il reinserimento e riducono il rischio di recidiva. Molte sono le associazioni in carcere che con i cappellani svolgono servizio quotidianamente, cercando di portare una goccia di speranza”.

Il volontariato in carcere non solo sostiene i detenuti nel loro percorso di riabilitazione, ma rappresenta anche un’opportunità di crescita e riflessione per la comunità. Toglie il focus dalla punizione e lo sposta verso la comprensione, la riabilitazione e la possibilità di un futuro migliore per tutti, evidenzia Wally Falchi che aggiunge “come il volontariato carcerario sia soprattutto rivolto all’accompagnamento delle persone detenute durante il periodo di espiazione della pena, l’affiancamento nei permessi premio, i contatti con le famiglie.

Nel duro periodo della detenzione, senza bacchetta magica ma con l’aiuto della Provvidenza, tra difficili soluzioni e scarse risorse, al centro dell’impegno del volontario c’è sempre la relazione. Spesso non abbiamo soluzioni e risorse ma la relazione, l’ascolto, la condivisione di paure, dolori e sofferenze sono il senso della nostra presenza. Anni fa, all’inizio del servizio del nostro Centro d’ascolto, in un colloquio con un detenuto segnalato dalla sua educatrice per un eventuale progetto di reinserimento, al termine mi disse: ‘grazie per essere venuta, anche se non riuscirà ad aiutarmi io sono contento. Da tre anni non vedevo nessuno dal mondo esterno, i miei parenti vivono lontano e sono poveri, non ho nessuno. Grazie per avermi incontrato e ascoltato’.

Mi ha lasciata senza parole: ho ancora negli occhi quell’uomo solo, che aveva perso la speranza e mi guardava con immensa tristezza”. Ma le Caritas diocesane, grazie ai volontari “dentro” e sul territorio (soprattutto tramite i Centri di ascolto), si prendono carico di percorsi che non si esauriscono fra le mura del penitenziario. Come la falegnameria “Daccapo”, sono tanti i progetti di avviamento al lavoro sia all’interno che all’esterno. “È sempre più elevato” prosegue Wally Falchi “il numero di donne e uomini senza dimora che, quando escono dal carcere a fine pena non hanno sostegno e affetti, elementi necessari per ripartire, voltare pagina, iniziare una nuova vita. L’uscita con una rete di legami già avviati dietro le sbarre, magari con un lavoro, permette di riacquisire dignità. Per questo è fondamentale - a beneficio di tutta la società - sensibilizzare aziende disponibili a inserire nel proprio organico anche queste persone, dare loro una nuova possibilità di riscatto, per loro e per la propria famiglia”.

La Caritas di Torino, mediante il Centro d’ascolto, si fa carico di alcuni detenuti proprio grazie al servizio dei volontari: 8 operano in carcere e 60 si occupano “fuori” di inserimenti, messa alla prova, lavori di pubblica utilità volontariato restitutivo. “I due protocolli d’intesa firmati con l’Istituto penitenziario e con Atc (Agenzia territoriale per la casa) prevedono principalmente attività di ascolto e interventi di supporto per inserimenti lavorativi, volontariato restitutivo, affiancamento e sostegno di persone sole per adempiere al regolamento regionale degli assegnatari di case popolari e non perdere l’abitazione durante la detenzione e inserimenti nella nostra struttura di accoglienza ‘Casa Silvana’ per permessi premio” prosegue Falchi.

E poi si è scelto di proseguire il servizio attraverso convenzioni con il Tribunale e l’Ufficio Esecuzione Penale esterna di Torino Cuneo e Asti (Uepe) per inserire i reclusi in lavori di pubblica utilità o a misure di messa alla prova e di volontariato restitutivo. “Il volontariato restitutivo” conclude Wally Falchi “è uno strumento importante dove le nostre comunità, parrocchie, enti, centri d’ascolto potrebbero essere coinvolti: sono numerosi gli ex detenuti che desiderano davvero cambiare vita e restituire ciò che hanno sottratto: ‘Voglio pagare la mia pena ma uscire migliore e non peggiore, ritornare alla società e non odiare la società’, mi ha detto uno di loro. Siamo consapevoli che i nostri interventi sono una goccia nel mare ma una goccia può recare sollievo, ridare coraggio e aprire una porta per andare avanti. Papa Francesco, nel 2016, anno della Misericordia, citando il Vangelo di Matteo ha ricordato così i fratelli in carcere: ‘Non possono esserci condanne senza finestre di speranza che rappresentino una via d’uscita per una vita migliore”.