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di Errico Novi

Il Dubbio, 28 marzo 2026

Dopo la sconfitta al referendum la partita più interessante si apre in Forza Italia. Che potrebbe puntare alla poltrona di guardasigilli. Qualcosa, nella giustizia di centrodestra, è cambiato, forse per sempre. Il gesto politicamente più chiaro è di Giorgia Meloni: via gli indagati dal governo. Via Giusi Bartolozzi, che pure era sotto inchiesta per una contestazione di reato illegittima, secondo il governo. Via la Santanchè, e chi se ne importa se la sua “fedina” è formalmente ancora “immacolata”, e via anche Andrea Delmastro, sebbene la condanna a 8 mesi che ha subito per il caso Cospito vada ancora messa alla prova dell’appello. In pratica, è l’addio al garantismo e alla presunzione d’innocenza.

È la linea di Meloni, scossa da un dato: il 18,7% del No viene da elettori di destra e di centrodestra. Lo dicono i sondaggi, a cominciare dal dettagliatissimo studio condotto dall’Ipsos su un campione di 6.000 intervistati. Ma lo si era capito subito già dal raffronto tra affluenza, consensi dei partiti alle ultime Europee e scarto fra il Sì e il No al referendum sulla giustizia.

D’altra parte la partita più interessante si apre ora dentro Forza Italia. Il viceministro Francesco Paolo Sisto, che è anche responsabile Giustizia degli azzurri, lavora per una distensione con l’Anm che veda come attore protagonista anche il Cnf. Il numero due di via Arenula ha aperto un tavolo almeno virtuale di discussione, anche per conto del guardasigilli Carlo Nordio, con i magistrati e con l’avvocatura. Ma alcuni segnali che provengono dall’ala garantista “dura e pura” dei berlusconiani sembrano andare in un’altra direzione.

Enrico Costa ha diffuso su X il seguente messaggio: “Dubito che accadrà, ma se Nordio si discostasse dalla consuetudine di nominare un magistrato come Capo di Gabinetto al ministero della Giustizia e riducesse la schiera di toghe fuori ruolo in via Arenula, sarebbe cosa buona e giusta”. Considerato che di capi Gabinetto “non togati” (anche Bartolozzi è una giudice) non se ne ricordano da lustri, la soluzione auspicata dal vicepresidente azzurro della commissione Giustizia di Montecitorio sarebbe stata percepita, da parte della magistratura, come una provocazione. Avrebbe sconfessato il proposito di Nordio e Sisto: ritrovare la civiltà del dialogo. E infatti, poche ore dopo, la scelta cade sull’ex pg di Roma Antonio Mura.

Ma dentro FI ora si è deciso, almeno da parte delle componenti più identitarie, di non mediare più. Lo attestano anche le parole di Tommaso Calderone, avvocato penalista come Costa e, fino a pochi mesi fa, capogruppo dei berlusconiani nella stessa commissione Giustizia alla Camera: “Sulla giustizia non si torna indietro”, dice al Dubbio, “sul garantismo, nostra bandiera, non si transige: anche con le leggi ordinarie possiamo fare tantissimo per tutelare il cittadino indagato e imputato”. Calderone pensa innanzitutto alla “riforma delle misure cautelari”, che però Nordio, nell’intervista del “day after” al Corriere della Sera, ha già indicato come impercorribile.

L’orizzonte indicato da Calderone e Costa non è assolutamente nelle intenzioni di Palazzo Chigi. La premier, col garantismo, ha chiuso. Ha capito che non è nelle corde della parte piu genuina del proprio elettorato. Chi, fra i sostenitori di Fratelli d’Italia, ha votato Sì alla separazione delle carriere, lo ha fatto spesso più per fedeltà alla causa della premier che per adesione alla riforma. E poi, appunto, c’è quella frazione, neppure tanto marginale, che ha votato No. Con un altro 20-25% di elettori che nonostante si dichiari di centrodestra ha preferito disertare le urne. Ed è forse il dato più scioccante per la maggioranza.

La sconfitta sulla giustizia si spiega con numeri impietosi. Che Meloni considera la pietra tombale sugli afflati garantisti della coalizione, o quanto meno del suo programma di governo. Ma appunto, Forza Italia non ci sta. Non ci stanno Costa e Calderone, che sono le “avanguardie”. Non si pronuncia per ora Antonio Tajani. Ma è chiaro che lo spazio per una rivendicazione identitaria da parte degli azzurri esiste. I due deputati della commissione Giustizia lo sanno. Il problema, per loro, è la dialettica con Sisto. Che ha un obiettivo diverso: traghettare la legislatura fuori dalle macerie della sconfitta, rimettere assieme i cocci, preparare la giustizia di centrodestra, in chiave unitaria, in vista delle Politiche.

Tra gli avanguardisti e il mediatore, non sarà facile trovare una sintesi. Una via d’uscita può essere proprio nella richiesta, che FI potrebbe avanzare a Meloni in anticipo sulla prossima campagna elettorale, di accordarsi per guardasigilli forzista. Obiettivo difficile. Ma proprio Sisto è la figura che la premier potrebbe considerare “di equilibrio”, anche per la ormai collaudata capacità dell’attuale viceministro nel cucire posizioni in partenza distanti, condurre in porto con pazienza i lavori parlamentari. Al di là del “mandato esplorativo” da uomo di pace che lo stesso Nordio ha affidato, in questa fase, al suo numero due, non si può dimenticare che Sisto è stato sottosegretario alla Giustizia nella precedente legislatura, con Marta Cartabia guardasigilli. Ha rappresentato l’anima garantista della “maggioranza Draghi” in una fase in cui i 5 Stelle erano ancora azionisti di riferimento del governo, e vantavano, al ministero guidato dalla presidente emeritadella Consulta, una 5S dura e pura come Anna Macina.

Sisto potrebbe essere ministro della Giustizia anche in un governo “alla Draghi”, insomma: il che rischia di essere decisivo, considerate le chance non proprio gigantesche, al momento, per il centrodestra, di conquistare la maggioranza assoluta nel prossimo Parlamento. Il punto di caduta della riscossa garantista già lanciata dagli azzurri potrebbe realizzarsi proprio nella figura che già oggi rappresenta il partito di Tajani a via Arenula. Ma certo la strada è lunga, e le incognite così numerose che pure l’algoritmo si rifiuterebbe di fare pronostici.