di Nicoletta Cottone
Il Sole 24 Ore, 28 maggio 2025
Fra i casi più eclatanti anche quelli di Domenico Morrone, Massaro e Bova. La spesa in risarcimenti dal 1991 al 2022 è salita a 86,2 milioni euro, circa 2,6 milioni l’anno. Uno dei più gravi errori giudiziari della storia della giustizia italiana è stato quello del celebre conduttore televisivo Enzo Tortora, considerato uno dei padri fondatori della televisione italiana. Tortora fu arrestato il 17 giugno 1983, su richiesta dei procuratori Francesco Cedrangolo e Diego Marmo, dal giudice istruttore, il magistrato Giorgio Fontana, accusato di gravi reati, ai quali risultò totalmente estraneo, sulla base di accuse formulate da soggetti provenienti da contesti criminali. In questo elenco di vittime di errori giudiziari potrebbe finire anche Alberto Stasi, accusato dell’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco.
Le indagini riaperte stanno rivelando dettagli agghiaccianti sugli elementi non presi in considerazione nella condanna dell’ex fidanzato della ragazza. Secondo i dati di errorigiudiziari.com, il sito dei giornalisti Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, gli errori giudiziari in Italia dal 1991 al 31 dicembre 2022 sono stati 222, con una media di quasi sette l’anno. La spesa in risarcimenti è salita a 86.206.214 euro (pari a una media di circa 2,6 milioni di euro l’anno).
Il caso Tortora, emblema della malagiustizia - Il caso Tortora rappresenta l’emblema della malagiustizia in Italia. Enzo Tortora, al culmine della celebrità in televisione - protagonista di trasmissioni come la Domenica Sportiva e Portobello - fu arrestato con l’accusa di essere uno dei membri della Nuova Camorra Organizzata e di essere coinvolto nel traffico di droga. Un arresto basato su dichiarazioni di pentiti, che poi si rivelarono inattendibili. Il conduttore trascorse in carcere sette mesi - due a Roma e cinque a Bergamo - e nel 1984 per altri cinque mesi fu agli arresti domiciliari. Ogni giorno proclamò la sua innocenza senza essere ascoltato. Il 17 settembre 1985 fu condannato in primo grado a dieci anni di carcere e fu assolto con formula piena il 15 settembre 1986 dalla Corte d’Appello di Napoli, con sentenza confermata dalla Cassazione nel 1987. I Radicali sostennero le battaglie giudiziarie del conduttore televisivo che fu eletto europarlamentare il 14 giugno 1984 per il Partito Radicale, con Marco Pannella ed Emma Bonino, raccogliendo oltre mezzo milione di preferenze. Divenne anche presidente del Partito Radicale. Enzo Tortora morì il 18 maggio 1988 per un tumore al polmone, un anno dopo la sua definitiva assoluzione.
Nessun risarcimento agli eredi del presentatore - Il “caso Tortora” dette la spinta al referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei magistrati: l’80,2 % dei votanti si espresse per l’abrogazione “degli articoli 55, 56 e 74 del codice di procedura civile”, che escludevano la responsabilità. Il mese prima della scomparsa di Tortora il Parlamento approvò - votata da Pci, Psi e Dc - la legge Vassallo, la legge 13 aprile 1988 n. 117, sul “Risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati”: la responsabilità di eventuali errori dell’operato ricadevano non sul magistrato, ma sullo Stato, che successivamente poteva rivalersi sul magistrato (su un terzo di annualità dello stipendio). La legge Vassalli conteneva anche il divieto di applicazione retroattiva. Nessuna azione nei confronti dei magistrati che indagarono e giudicarono in primo grado sul caso Enzo Tortora. Nessun risarcimento agli eredi. Una famiglia spezzata dal dolore, un padre in lotta per dimostrare la sua estraneità ai fatti. “C’è alla fine un giudice che ti restituisce alla vita - ha dichiarato Gaia Tortora, figlia del conduttore televisivo e vicedirettrice del Tg di La7, presentando il libro “Testa alta, e avanti. In cerca di giustizia, storia della mia famiglia” (Mondadori, 2023) - sono i tempi che non vanno bene. Tutto deve essere più veloce. calcolando che comunque dopo non sarai più la persona che eri prima”.
Giuseppe Gulotta, il muratore in carcere per una confessione estorta sotto tortura - Giuseppe Gulotta è un’altra vittima di un clamoroso errore giudiziario. A soli 18 anni - all’epoca era un giovane muratore - venne arrestato e condannato per l’omicidio di due carabinieri avvenuto nel 1976, all’interno della caserma di Alcamo Marina. Ha trascorso 22 anni in carcere e solo dopo 36 anni di battaglie legali è stato completamente scagionato. Assolto dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria dopo nove processi. La Corte certificò come la confessione fosse avvenuta sotto tortura. Come emerse in seguito, infatti, Gulotta confessò un crimine che non aveva commesso dopo essere stato sottoposto a violenze e torture fisiche per estorcergli una confessione. Condannato all’ergastolo nel 1990, trascorse 22 anni in carcere. La svolta arrivò nel 2007, quando un ex carabiniere rivelò la verità: la confessione era stata estorta con violenza, i veri responsabili del delitto erano altri. Nel 2012 la Corte d’Appello di Reggio Calabria assolse definitivamente Gulotta “per non aver commesso il fatto”. Dopo aver trascorso 22 anni in carcere e 36 anni a lottare per dimostrare la propria innocenza, Giuseppe Gulotta fu riabilitato. Ha ottenuto un risarcimento dallo Stato da 6,5 milioni di euro, la cifra più alta che lo Stato italiano abbia sborsato per riparare a un errore giudiziario. Gulotta ne aveva chiesti molti di più: 56 milioni di euro. Baldassare Lauria, uno dei legali di Gulotta disse che “la Corte si limita a liquidare gli oltre settemila giorni di reclusione, senza valutare i danni morali ed esistenziali”. La distruzione della vita delle persone che una sentenza errata può causare.
Domenico Morrone, il pescatore incensurato condannato per omicidio - Domenico Morrone è un altro caso eclatante di errore giudiziario. Il 30 gennaio 1991, davanti alla scuola media “Maria Grazia Deledda” di Taranto, due fratelli di 15 e 17 anni vengono uccisi a colpi di pistola calibro 22. Gli investigatori arrestano il pescatore incensurato, che all’epoca ha 27 anni. Viene fermato per duplice omicidio, detenzione e porto illegale di arma da fuoco e munizioni, spari in luogo pubblico. Morrone si dichiara subito innocente. Al momento del duplice delitto stava riparando l’acquaio dell’appartamento dei coniugi che vivono sullo stesso pianerottolo dell’abitazione di famiglia, dice con forza. Non viene creduto. E i coniugi e la mamma vengono condannati per falsa testimonianza. Perde il lavoro, la fidanzata e la mamma anziana resta a vivere da sola, in povertà assoluta. Viene condannato a 21 anni di reclusione nonostante un alibi supportato da più testimoni. Rimane 15 anni in carcere da innocente. Esce di prigione solo grazie a un processo di revisione quando due collaboratori di giustizia rivelano che i due giovani fratelli avevano compiuto uno scippo a una donna e per questo erano stati uccisi. L’autore dei delitti era un pregiudicato detenuto per altri reati. Il 22 aprile 2006 Morrone viene assolto “per non aver commesso il fatto”. Gli avvocati di Morrone sono riusciti a ottenere per lui un indennizzo per errore giudiziario di 4,5 milioni di euro. I legali ne avevano chiesti dodici. Niente rispetto al dramma di vivere più di cinquemila giorni in carcere.
Angelo Massaro, 21 anni dietro le sbarre per colpa di una consonante - Angelo Massaro è stato in carcere 21 anni per colpa di una consonante. Una parola dialettale mal interpretata gli costa una condanna a 30 anni. Arrestato il 15 maggio 1996 per un reato mai commesso, e uscito dal carcere, dopo la revisione del processo, dichiarato innocente, solo nel 2017, 21 anni dopo. Al momento dell’arresto è in casa con la moglie e i figli, uno di due anni e mezzo e l’altro di 45 giorni di vita. L’accusa è di aver ucciso e fatto sparire un suo amico, scomparso qualche giorno prima. La chiave dell’accusa è una telefonata alla moglie una mattina in cui, trainando un bobcat per un lavoro in edilizia, dice alla moglie che sta trasportando un “muers”, un peso morto, intendendo quello strumento. Massaro finisce quindi in carcere a causa di un’intercettazione trascritta in modo errato, perché gli inquirenti capiscono dall’intercettazione: “muert”, morto. Condannato nel 1997 a 30 anni di reclusione per l’omicidio, viene assolto venti anni dopo. L’odissea umana di Massaro è raccontata in un docu-film, “Peso Morto”, realizzato dai giornalisti Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, fondatori di errorigiudiziari.com e dal regista Francesco Del Grosso.
Maurizio Bova, quasi 20 anni in carcere per l’omicidio di un boss - Maurizio Bova è stato riconosciuto innocente dopo essere stato condannato all’ergastolo e aver scontato quasi 20 anni di carcere: esattamente 19 anni, sette mesi e 20 giorni dietro le sbarre. A portarlo in carcere, accuse gravissime: omicidio e tentato omicidio. Maurizio Bova, di Somma Vesuviana, fu condannato ingiustamente nel 1997 per l’omicidio del boss Antonio Ferrara e per il tentato omicidio Domenico Ferrara, episodio avvenuto nel 1994. Ha ottenuto un indennizzo di 2 milioni e 149 mila euro, a riparazione dell’errore giudiziario, deciso dalla Corte di Appello di Perugia. Alla fine un collaboratore di giustizia, inizialmente accusato in concorso con Bova, in seguito si autoaccusò dei reati. Un iter giudiziario lunghissimo, passato dalla condanna all’ergastolo della Corte di Assise di Appello di Napoli nel 1997, all’inammissibilità della revisione del processo da parte della Corte di Appello di Roma nel 2011, all’annullamento della decisione della Corte di Appello di Roma da parte della Corte di Cassazione nel 2012. Poi l’assoluzione della Corte di Appello di Perugia nel 2014, l’istanza di indennizzo presentata sempre a Perugia alla fine del 2014 fino alla camera di consiglio dei giudici avvenuta nel maggio 2015 al deposito della decisione.
Daniele Barillà e la Tipo color amaranto - L’unica colpa di Daniele Barillà era quella di guidare una Fiat Tipo amaranto simile a quella di un trafficante di cocaina che i carabinieri stavano pedinando. Le forze dell’ordine, durante un’operazione antidroga, lo scambiano per il vero colpevole. Nonostante le evidenti incongruenze, Barillà, che aveva aperto una ditta che assemblava cavi elettrici per scooter, arrivando ad avere 15 dipendenti, viene condannato a 15 anni di reclusione. La vicenda di Daniele, racchiusa nel libro “L’uomo sbagliato. Il caso Barillà” e nell’omonima fiction della Rai, parte dalla sera del 13 febbraio 1992. Il giovane imprenditore lombardo sale sulla Tipo amaranto per recarsi all’appuntamento con la fidanzata, a Nova Milanese. Questo avviene mentre i carabinieri del Ros di Genova stanno inseguendo un carico di cocaina, nascosto su una Fiat Uno azzurra scortata da una Tipo amaranto. Alle porte di Nova Milanese la Tipo dei trafficanti si allontana. I militari fermano la Uno con 50 chili di cocaina e bloccano a pochi metri di distanza la Tipo di Barillà. Daniele venne condannato a 15 anni di reclusione, accusato di essere un personaggio di spicco della mala milanese. L’imprenditore perde la sua azienda, la fidanzata. Il padre muore di crepacuore. Nel 2000, dopo 7 anni e mezzo di carcere, è stato assolto. Il caso viene riaperto nel 1997, in seguito all’arresto di un tenente colonnello del Ros in Liguria e capo della Dia genovese, dato che la sua squadra aveva eseguito l’arresto di Barillà. Il militare fu accusato di aver utilizzato metodi illegali per avere la fiducia dei “confidenti”, tra cui l’uso di partite di droga scomparse come mezzo di scambio. Barillà viene scarcerato il 12 luglio 1999 e assolto il 17 luglio 2000 per non aver commesso il fatto. Nel 2001 fa presenta una richiesta di indennizzo di 12 miliardi di vecchie lire. Indennizzo che gli fu inizialmente negato, ma nel 2007 fu stabilito un maxi-risarcimento di circa tre milioni di euro. In totale 2.759.743,72 euro, cifra che con interessi e spese legali supera i tre milioni.
Giuseppe Lastella, 11 anni di carcere, salvato da nuove testimonianze - Giuseppe Lastella, barese, ha passato undici anni dietro le sbarre accusato di omicidio. È il 2 aprile 1990 quando dall’ospedale un pregiudicato, prima di morire, accusa il gruppo che lo ha ridotto in fin di vita, in un agguato sulla Salerno-Reggio Calabria, svincolo per Tarsia. Tra questi, rantola, c’era il contitolare di un autosalone che, secondo gli inquirenti, è Giuseppe Lastella. La Corte d’assise di Cosenza decise per l’assoluzione. Poi però la Corte d’assise d’appello di Catanzaro lo condannò a 30 anni di carcere. Il 20 dicembre 2001 i suoi avvocati, grazie a nuovi elementi di prova costituiti da inedite testimonianze, chiesero la revisione del processo alla Corte d’assise d’appello di Catanzaro, che venne respinta. Ennesimo ricorso in Cassazione, dove la richiesta venne accolta con l’istruzione di un nuovo processo a Salerno. E il 16 novembre 2004 la sentenza di assoluzione. Non basta. La Procura generale impugna la sentenza in Cassazione, ma la Suprema Corte rigetta il ricorso e stabilisce una volta per tutte che Lastella è innocente. Soltanto nel 2012, dopo aver ottenuto una prima somma di circa 600mila euro, ha avuto un’integrazione che ha portato l’importo definitivo dell’indennizzo a 1,5 milioni di euro.
Giuseppe Giuliana, il bracciante agricolo innocente - Accusato di un omicidio mai commesso, Giuseppe Giuliana ha trascorso in carcere 5 anni e 29 giorni. A questo vanno aggiunti 2 anni, 5 mesi e 4 giorni trascorsi con l’obbligo di dimora e di divieto di espatrio. Il bracciante agricolo, originario di Canicattì (Agrigento), che si era sempre dichiarato innocente, era stato accusato di aver ucciso un imprenditore a Serradifalco (Caltanissetta). Fu giudicato colpevole in primo grado dalla Corte di Assise di Caltanissetta, il 4 luglio 1997. Poi la sentenza venne confermata anche dalla Corte di Assise di appello di Caltanissetta che lo condannò a 19 anni di reclusione per omicidio, detenzione e porto d’armi da fuoco, rapina aggravata. Stesso verdetto, nel 2000, anche dalla Cassazione. Il 6 dicembre 2014 il processo di revisione si è concluso con una sentenza di assoluzione da parte della Corte d’Assise d’Appello di Catania. Giuseppe Giuliana ha presentato una richiesta di indennizzo per il danno morale ed esistenziale che ha subito nei suoi anni in carcere. E il 15 giugno 2015 la Corte d’Appello di Catania l’accoglie. L’indennizzo ottenuto dallo Stato è stato di 500mila euro.
Saverio De Sario, l’autotrasportatore per 1.068 giorni in carcere - Saverio De Sario è un autotrasportatore sardo, che si era trasferito a Brescia con la moglie e i suoi due bambini. Venne accusato di aver abusato dei suoi figli, in seguito alla denuncia della moglie. La donna lo aveva accusato portando in tribunale le testimonianze dei bambini. A settembre 2015 i figli ribaltano le accuse, ammettendo che non era vero l’accaduto, ma che la mamma li aveva convinti a fare quelle dichiarazioni. Al termine del processo di revisione, la Corte d’appello di Perugia ha cancellato la condanna dell’uomo a undici anni di reclusione per abusi sessuali sui due figli: l’uomo è stato assolto perché il fatto non sussiste e i giudici ne hanno disposto l’immediata scarcerazione. Il legale di De Sario aveva chiesto 1,5 milioni di euro come indennizzo per il danno sofferto. Ma i giudici della Corte d’Appello di Perugia hanno fissato l’indennizzo in 400mila euro: oltre 250mila euro per la privazione della libertà personale durante i 1.068 giorni trascorsi in carcere da innocente, più un 40% di “extra” per le infamanti accuse subite.
Beniamino Zuncheddu, quasi 33 anni dietro le sbarre, in attesa di indennizzo - Beniamino Zuncheddu è un ex pastore sardo: quasi 33 anni in carcere da innocente, condannato all’ergastolo per la strage di Sinnai, in Sardegna, dove nel 1991 furono uccisi tre pastori sardi. L’unico superstite indicò come colpevole Zuncheddu, dopo che il poliziotto Mario Uda gli aveva mostrato in anticipo una foto di Zuncheddu, indicandolo già come colpevole. Fatto dimostrato nel processo di revisione che ha accertato che per quella strage era stato condannato un innocente. Condannato all’ergastolo, ha trascorso poco meno di 33 anni in carcere prima che la Corte d’Appello di Roma, nel gennaio 2024, lo assolvesse. La revisione è stata possibile grazie all’impegno di un giovane avvocato sardo, Mauro Trogu e dell’allora procuratrice Francesca Nanni che con l’avvocato firmò la richiesta di revisione. Le intercettazioni disposte dimostrarono l’innocenza di Beniamino e provarono l’inconsistenza del castello accusatorio. Una vicenda portata alla ribalta mediatica da Irene Testa, garante dei detenuti della Sardegna e tesoriera del Partito radicale. Il caso Zuncheddu è, ad oggi il più grave errore giudiziario mai riconosciuto in Italia per durata della detenzione. L’avvocato Mauro Trogu, insieme a un pool di esperti, sta predisponendo la richiesta di indennizzo da parte dello Stato che sarà presentata alla Corte d’appello di Roma. Per la cifra dell’indennizzo, spiega Trogu, “non si può fare un calcolo meramente aritmetico. Bisogna considerare il condannato che ha subito l’errore giudiziario nella sua globalità, come persona che ha dei rapporti umani, familiari, affettivi che vengono stroncati o comunque limitati dal periodo di detenzione. Bisogna considerare l’individuo come lavoratore che perde la sua capacità reddituale. Lo si deve considerare anche sotto il profilo puramente morale e individuale, quindi sotto il profilo della sofferenza fisica e psichica che la detenzione gli cagiona. Perché sappiamo che la detenzione causa delle condizioni di deprivazione sensoriale che sono fisicamente e psicologicamente dolorose. Tutti questi fattori entrano nel computo dell’indennizzo”. Beniamino intanto attende che sia fatta giustizia.











