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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 6 aprile 2022

Ai funzionari Onu sono state negate le visite e nel documento redatto nel 2021 hanno riportato solo le testimonianze delle vittime delle violenze. Percosse, scosse elettriche, asfissia, violenza sessuale, rimozione di parti del corpo (unghie e denti), privazione di acqua, cibo, sonno o accesso a servizi igienici. Sono alcuni metodi di tortura che avvengono nelle carceri illegali create dalle autoproclamate repubbliche popolari filorusse di Donetsk e Luhansk, nella regione ucraina del Donbass.

Nelle carceri del Donbass modalità simili al sistema penitenziario russo - Non parliamo della propaganda della Nato o degli Usa, ma è un documento ufficiale dell’Onu redatto nel 2021. Le modalità sono del tutto simili al sistema penitenziario della federazione Russa. Una violazione sistematica dei diritti umani compiuta sotto la supervisione occulta di Mosca, che fornisce anche denaro e armi attraverso gruppi privati russi come il Wagner, il vero braccio armato del ministero della Difesa russo.

In Ucraina hanno consentito ai funzionari Onu di visitare le carceri - Premettiamo che l’Onu ha potuto monitorare anche le carceri controllate dal governo ucraino e ha potuto riscontrare alcuni maltrattamenti e abusi, tanto che - ad esempio - l’ufficio del procuratore regionale di Kharkiv ha avviato le indagini. Ma, ed è questo il punto cruciale, a differenza delle autoproclamate repubbliche popolari, il governo ucraino ha permesso ai funzionari dell’Onu di visitare le carceri così come avviene in tutti i Paesi democratici, compreso il nostro dove non di rado vengono riscontrate delle violazioni.

Nel Donbass le torture verificate attraverso l’ascolto delle vittime - L’Onu ha potuto verificare le torture avvenute nelle carceri del territorio separatista esclusivamente attraverso l’ascolto delle vittime, visto che gli è stato negato l’accesso alle strutture. Le persone sentite erano state arrestate da uomini armati in passamontagna e senza nessun segno distintivo. Nella maggior parte dei casi, non è stato detto loro il motivo della detenzione. All’arresto o durante il trasporto al loro primo luogo di detenzione, molti sono stati bendati.

Tenuti in isolamento senza avere la possibilità di avere un colloquio con un avvocato - Alcuni, nel momento dell’arresto, sono stati picchiati o minacciati di violenza. Il primo luogo di detenzione erano solitamente i locali del “ministero della Sicurezza dello Stato” (a Donetsk o Luhansk) o la struttura di detenzione “Izolyatsia” (a Donetsk). Sempre dal documento dell’Onu si apprende che la maggior parte di loro sono stati inizialmente detenuti in “arresto amministrativo” (nella “Repubblica popolare di Donetsk”) o “arresto preventivo” (nella “Repubblica popolare di Luhansk”) e tenuti in isolamento senza avere la possibilità di avere un colloquio con un avvocato.

Alcuni non sono stati informati dei motivi della detenzione o delle “accuse” a loro carico per un periodo prolungato. Ai parenti non è stata fornita alcuna informazione, oltre alla conferma, in alcuni casi, che la persona fosse effettivamente detenuta. Nella maggior parte dei casi, le “azioni investigative” sono iniziate immediatamente dopo l’arresto, con poche eccezioni quando i detenuti hanno trascorso giorni o settimane in custodia prima che venisse intrapresa qualsiasi azione.

Secondo alcuni testimoni i servizi segreti russi hanno preso parte agli interrogatori - Le “azioni investigative” comprendevano principalmente interrogatori presso il “ministero della sicurezza dello Stato” o nel centro di detenzione “Izolyatsia” oppure presso il “ministero della sicurezza dello Stato” (a Luhansk) da parte di individui che nella maggior parte dei casi nemmeno si sono identificati. Diversi detenuti testimoniano che i servizi segreti russi hanno preso parte agli interrogatori dando la percezione che fossero in una posizione di autorità. L’Onu ha riscontrato che la tortura e i maltrattamenti dei detenuti erano sistematici durante la fase iniziale della detenzione (che poteva durare fino a un anno), per poi diminuirli dopo la “confessione” e soprattutto dopo il completamento delle “indagini preliminari”.

Gli interrogatori iniziati con violenze e stupri - Nella maggior parte dei casi documentati, gli interrogatori sono iniziati con violenze o stupri e minacciando anche le loro famiglie se si fossero rifiutati di confessare o di collaborare con le “indagini”. La maggior parte delle persone sentite dai funzionari dell’Onu hanno riferito di essere state sottoposte a tortura o maltrattamenti, a volte anche a violenza sessuale, per lo più durante gli interrogatori, al fine di estorcere confessioni o informazioni, nella maggior parte dei casi, sul lavoro riguardante il servizio di sicurezza ucraino (Sbu).

Le torture continuavano fino a quando un detenuto non accettava di confessare - La frequenza, l’intensità e la durata delle torture e dei maltrattamenti variavano considerevolmente, tuttavia di solito continuavano fino a quando un detenuto non accettava di confessare (oralmente, per iscritto o in video) o di fornire informazioni. I metodi di tortura e maltrattamenti - come detto - includevano percosse, scosse elettriche, asfissia (bagnata e secca), violenza sessuale, tortura posizionale, rimozione di parti del corpo (unghie e denti), privazione di acqua, cibo, sonno o accesso a servizi igienici. Non solo. Le torture eseguite dai separatisti filorussi includevano anche simulazioni di esecuzioni, minacce di violenza o di morte e di danni alla famiglia.

Una delle famigerate prigioni dei separatisti filorussi è quella di Izolyatsia - Per l’Onu, le testimonianze dei detenuti rilasciati indicano che torture e maltrattamenti sono stati effettuati non solo per fini punitivi, ma anche per umiliare e intimidire. Una delle famigerate prigioni dei separatisti filorussi è quello di Izolyatsia, nella autoproclamata repubblica popolare di Donetsk. Prima della rivolta del Donbass finanziata da Putin, quel carcere era una ex fabbrica diventata un centro artistico. L’associazione che si occupava del centro si è spostata a Kiev. Izolyatsia, dal 2014 è stata trasformata in una prigione, tra le più dure della regione.

Il giornalista Stanislav Asseyev in prigione per avere scritto “Repubblica popolare di Donetsk” tra virgolette - Stanislav Asseyev è un giornalista ucraino che fu imprigionato in quel carcere, reo di aver scritto in un articolo “Repubblica popolare di Donetsk” tra virgolette. Come ha riportato Il Foglio nel 2021, grazie alla penna di Micol Flammini, il giornalista ucraino ha testimoniato con il suo libro “Donbass”, che durante la detenzione riusciva oramai a distinguere il tipo della tortura dalle urla dei detenuti: quando si trattava di percosse, si sentiva una successione di urla, ma quando venivano torturate con l’elettricità, era un grido costante. Durante le torture era sempre presente un medico, perché dovevano fermarsi prima dell’irreparabile.

Il giornalista racconta di Izolyatsia trasformata in un luogo di tortura e anche in manicomio - Asseyev descrive anche il capo della prigione, detto Palych: un alcolizzato, un sadico che costringeva i detenuti a cantare a squarciagola canzoni sovietiche per non sentire le urla di chi veniva torturato e a violentarsi a vicenda. Il giornalista racconta di Izolyatsia trasformata in un luogo di tortura e anche in manicomio. Dopo la sua scarcerazione - avvenuta grazie a uno scambio di prigionieri -, Asseyev ha iniziato a raccontare di Izolyatsia. Dopo di lui sono state interrogate altre vittime, identificati alcuni responsabili e arrestato Palych mentre era a Kiev.

Già nel 2021 per l’Onu rileva queste violazioni sono sistematiche e possono costituire crimini di guerra - Ritornando al documento dell’Onu, si evince che le carceri dei separatisti filorussi rispecchiano fedelmente le modalità dei penitenziari della federazione russa. Il carcere, si sa, è un indicatore fedele del grado di civiltà di un Paese. Oltre a ciò, l’Onu ha potuto verificare l’inesistenza di garanzie per un giusto processo. Sia il sistema penale che giudiziario è completamente privo di qualsiasi garanzie basilare nel territorio controllato dalle autoproclamate “repubbliche”. L’Onu rileva che queste violazioni, assieme a quelle registrate dal conflitto, sono sistematiche e possono costituire crimini di guerra. Ma parliamo del 2021. A tutto ciò, oggi, si aggiunge come aggravante anche la guerra scaturita dall’invasione russa. Le atrocità, quindi, si sommano a quelle già preesistenti.