di Chantal Meloni
Corriere della Sera, 22 maggio 2026
Un “processo storico”, una “pietra miliare”, addirittura un “momento Norimberga” per la Libia. Nei commenti di chi ha assistito all’udienza predibattimentale nei confronti di El-Hishri all’Aia trapela tutta la soddisfazione e l’importanza del caso. 17 i capi di imputazione, tra crimini di guerra e contro l’umanità. Il lavoro della Procura, che per tre giorni ha delineato contorni e dettagli del caso in modo meticoloso e approfondito, è stato davvero impressionante. Impressionante anche per i contenuti - le descrizioni dei crimini che i detenuti subivano nella prigione di Mitiga, un inferno dove le vittime, libiche e non, erano torturate brutalmente, violentate, umiliate, denigrate e rese veri e propri schiavi. Talvolta per mesi. Talvolta per anni. Molte sono morte, uccise dalle violenze.
Il trattamento peggiore, come ha ripetuto più volte l’accusa, era riservato ai migranti dell’Africa sub-sahariana, discriminati per il colore della loro pelle, per motivi religiosi e per una serie di ragioni incrociate che rendevano la persecuzione nei loro confronti ancora più grave. Sono loro le persone con cui lavoro insieme al Centro europeo dei diritti umani e costituzionali di Berlino (ECCHR), a nome delle quali abbiamo presentato corpose denunce alla Cpi. Sono loro le testimonianze che abbiamo raccolto per anni e che potrebbero riempire libri degli orrori per molti altri anni a venire. “Migranti” - colpevoli di essersi messi in marcia lasciando i loro paesi sperando in un futuro migliore e rimasti imprigionati in Libia. Il processo a El Hishri ha permesso alle vittime di essere viste e ascoltate: molte frasi pronunciate in udienza erano testuali citazioni delle testimonianze di chi con coraggio ha raccontato gli abusi, nonostante i rischi. Un giorno le vittime potranno vedere giustizia, forse anche un risarcimento di significato simbolico.
Non era affatto scontato che la Corte penale internazionale riuscisse a procedere nei confronti di questo torturatore libico, noto come Al Buti. È stato grazie alla cooperazione della Germania che El-Hishri è stato arrestato la scorsa estate, in esecuzione di un mandato di arresto originato dallo stesso filone di indagine che riguarda Almasri. A differenza di Almasri, però, El-Hishri è stato non solo arrestato, ma anche consegnato dalla Germania alla Cpi a dicembre scorso. Profili simili, crimini simili, destini - per ora - diversi. Entrambi, affiliati alla milizia Rada, sono da anni in controllo della prigione di Mitiga in questa Libia in mano ai gruppi armati criminali fioriti nel caos creatosi dopo la caduta del regime di Gheddafi nel 2011. È da allora, a seguito della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n.1970, che la Cpi indaga sui crimini nel contesto libico. In questi 15 anni, molti mandati di arresto sono stati spiccati, anche per Gheddafi prima che venisse ucciso, ma nessuno eseguito. Fino al 2025, quando la polizia italiana era riuscita ad arrestare Almasri con un’operazione lampo poi vanificata.
Per la mancata consegna di Almasri all’Aia, dovuta all’inazione colpevole del Ministro della Giustizia, nonché a un’interpretazione discutibile dei giudici della Corte d’Appello di Roma, l’Italia è già stata censurata dalla Cpi e dovrà rispondere della violazione dei suoi obblighi di cooperazione. Per avere sottratto un ricercato per gravi crimini di guerra e crimini contro l’umanità alla giustizia l’Italia dovrà rispondere anche alle Corte europea dei diritti dell’uomo. Come avvocato che rappresenta alcune delle vittime detenute a Mitiga, conosco bene il danno che ha causato il comportamento dell’Italia in quel frangente. Una prospettiva, quella delle vittime, che spesso rimane marginale nei discorsi sull’intervento della giustizia internazionale, offuscata da profili di interesse politico. Quando i crimini sono commessi da individui protetti dai loro Stati o che fanno parte degli stessi apparati militari o di governo è evidente che la giustizia interna non può essere efficace. C’è bisogno di un giudice penale internazionale indipendente, per non lasciare questi gravissimi crimini nel cono d’ombra dei poteri che li hanno generati. La Libia chiaramente non può pretendere di fornire alcuna giustizia per i fatti in questione, che coinvolgono direttamente i suoi apparati. Ma neanche l’Italia appare in grado di gestire tali procedimenti, nonostante la presenza di tante vittime delle torture libiche sul territorio italiano (e quindi un’ampia disponibilità di prove). Ciò a causa della mancanza di una legislazione adeguata e forse anche di una volontà politica.
La verità è che solo la punta dell’iceberg è emersa finora: la rete di responsabilità che sta dietro al sistema di torture, abusi e violenze in Libia di cui sono vittime, tra gli altri, i migranti che fanno rotta verso l’Europa, non si esaurisce a Mitiga, né a Tripoli e nemmeno in Libia. Le violenze iniziano ben prima e continuano ben oltre quel paese e, come è ormai ampiamente documentato, coinvolgono complicità dirette e indirette di una moltitudine di attori - alcuni ad altissimo livello - anche in Europa. È chiaro che il sistema criminale libico, a partire dalla c.d. Guardia costiera libica, non potrebbe funzionare senza il supporto e le politiche che per tanti anni hanno caratterizzato anche i governi europei. Di questo forse non si tratterà nel processo a El Hishri, ma a poco a poco il puzzle si sta componendo.










