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di Maria Serena Natale

 

Corriere della Sera, 16 agosto 2020

 

Ora finalmente si muove anche l'Europa: verso sanzioni contro il regime. Mosca è vicina ma Minsk crede alla svolta. Ragazzi spalle al muro e mani dietro la schiena. Gambe e toraci viola per gli ematomi dopo le violenze. Lacrime e abbracci all'uscita dalle prigioni delle torture. Le immagini che raccontano la brutalità della repressione in Bielorussia amplificano il coraggio di chi resiste. Donne vestite di bianco che offrono fiori ai poliziotti, agenti che abbandonano la divisa, operai in sciopero. Un'onda ideale che guarda ad altre fughe senza ritorno: il 14 agosto 1980 si fermavano i lavoratori dei cantieri Lenin a Danzica e cominciava l'epopea di Solidarnosc che avrebbe sconfitto il comunismo. I bielorussi sfilano uniti e fiduciosi, eppure quante volte sono rimasti soli.

Da ventisei anni il Paese è ostaggio del regime di Aleksandr Lukashenko, un tempo energico dirigente di una cooperativa agricola, poi abile equilibrista tra Mosca e l'Occidente. Oggi ultimo dittatore d'Europa. Qualcosa è cambiato dopo il sesto plebiscito farsa, dopo la mobilitazione di un Paese intorno a tre donne, Svetlana, Veronika e Maria ritratte come eroine senza paura, ciascuna con il proprio simbolo: il pugno alzato, la V di vittoria, il cuore.

Ma la paura è tanta e dopo il voto Svetlana Tikhanovskaya, l'insegnante moglie di un oppositore in carcere che si è ritrovata candidata alle presidenziali, ha cercato rifugio in Lituania, da dove incita i suoi a tenere vivo lo spirito pacifico della lotta e la comunità internazionale ad aprire un tavolo per il trasferimento dei poteri.

Si muove infine l'Unione europea, sempre attenta a denunciare le violazioni dei diritti ma anche a non alterare la pace fredda in quel che resta dello spazio sovietico, tanto da includere la Bielorussia nel Partenariato orientale senza pretendere mai troppo.

Solo 700 chilometri corrono tra Minsk e Mosca, Vladimir Putin aspetta. Trainato dalla Germania e dai Paesi dove più brucia il passato dei rapporti con la Russia (Polonia, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia e Lituania), a Bruxelles cresce il consenso sulle sanzioni contro il regime. In un sistema blindato dove l'intelligence resta «Kgb» e il passato si ostina a non passare, la Storia si è rimessa in marcia.