di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 1 aprile 2026
I dati del Garante sulle carceri toscane. La maggior parte dei detenuti nelle carceri toscane resta inattiva dal punto di vista lavorativo, con appena l’8% impegnato in attività per datori di lavoro esterni. È quanto emerge dall’ultimo rapporto del Garante dei detenuti della Toscana Giuseppe Fanfani. La situazione riguarda sia le strutture penitenziarie maschili che femminili. Nello specifico, al 30 giugno 2025, in Toscana su 3.295 detenuti, solo 1.498 persone (45%, leggermente meno dell’anno precedente) erano coinvolte in qualche attività lavorativa. Di queste, la stragrande maggioranza (81%, cioè 1.213 persone) lavorava alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, mentre appena 285 detenuti (8,6%) erano impiegati per aziende o cooperative esterne.
A Sollicciano, il principale istituto penitenziario della regione, su 533 detenuti (468 uomini, 65 donne), i lavoratori sono 159, tutti impiegati internamente dall’amministrazione penitenziaria. Le mansioni più diffuse sono i cosiddetti “spesini”, ovvero lavoratori in mansioni legate alla gestione dei generi alimentari, addetti alle pulizie, cucina e barbieri. Ma perché, nonostante il lavoro sia uno dei principali strumenti per affrancare i reclusi dalla recidiva, sono così pochi quelli che effettivamente lavorano? Secondo il rapporto, uno dei principali ostacoli è la mancanza di rilevazione delle competenze: l’amministrazione, è spiegato nell’indagine, non registra sistematicamente le precedenti esperienze lavorative dei detenuti né effettua bilanci delle competenze, fondamentali per il loro inserimento lavorativo. Fattore non trascurabile è poi la fragilità della popolazione detenuta: circa un terzo dei reclusi è tossicodipendente, molti seguono programmi di detossicazione, e quasi la metà presenta disturbi psichici. La popolazione appare quindi poco “appetibile” per le imprese.
Inoltre, c’è l’estremo turn over: la frequente rotazione dei detenuti e le regole restrittive del regime carcerario rendono difficile conciliare le esigenze delle aziende con le priorità istituzionali dell’amministrazione penitenziaria. E ancora, l’assenza di competenze interne per il collocamento: la profilazione dei detenuti, necessaria per abbinare persone a lavori adatti, dovrebbe essere gestita dai Centri per l’impiego, ma resta largamente assente. “Il quadro che ci restituisce questa ricerca è drammatico - dice senza mezzi termini il garante regionale dei detenuti Giuseppe Fanfani - Il lavoro dentro il carcere e in uscita dal carcere dovrebbe servire a reinserire gli ex detenuti nel tessuto sociale, ma in carcere non c’è lavoro se non quello di cucina, pulizia e piccoli restauri e non c’è una forma organica e strutturata di preparazione all’uscita dal carcere. Bisognerebbe organizzare l’unione di domanda e offerta in modo imprenditoriale, ma questa forma imprenditoriale manca del tutto nel carcere di oggi e così il rischio di recidiva resta molto alto”.










