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di Massimo Lensi*


Corriere Fiorentino, 7 aprile 2020

 

La notizia che nella nostra Regione non ci siano detenuti contagiati dal Covid-19 è sicuramente positiva, ma in altre regioni la situazione non è altrettanto buona. Il virus ha iniziato lentamente a farsi spazio all'interno dei nostri fatiscenti istituti penitenziari, nelle celle piegate al sovraffollamento dove, come ci ricorda Luigi Manconi, l'esecuzione di pena si svolge "nella promiscuità coatta di celle sature di corpi, liquidi e secrezioni, eiezioni e sudori".

Non ripercorrerò l'elenco degli appelli fatti per riportare le nostre carceri a un grado di affollamento rispettoso della dignità della persona. Accenno solo che, da Papa Francesco a molti esponenti della magistratura e alla globalità del mondo delle associazioni, la richiesta che perviene è la stessa: passare, nel rispetto delle leggi vigenti, da una concezione emergenziale della normalità carceraria a una dove il diritto alla salute di ciascuno - detenuti, operatori e agenti di polizia penitenziaria - sia centrale, tutelato e rispettato. Non si sta parlando di concedere la libertà a tutti senza distinzioni, come qualcuno dà a intendere per incidere sulla percezione pubblica di sicurezza. Si chiede a chi ha la capacità decisionale di mettere in primo piano la parità di trattamento anche nell'emergenza.

Il Dpcm che ha organizzato la nostra vita pubblica e privata attraverso l'ormai famoso distanziamento sociale deve valere anche in carcere, per gli agenti e per i detenuti, che - è bene ricordarlo - sono persone sotto la tutela dello Stato. Si può fare senza scossoni o rivoluzioni, come hanno fatto altri Paesi europei, usando istituti già presenti nel nostro ordinamento.

Non si chiede l'amnistia (o l'indulto) per cui occorrerebbe la pienezza della disponibilità parlamentare e maggioranze impossibili, ma di avvalersi delle misure alternative alla carcerazione, come gli arresti domiciliari anche in assenza della disponibilità dei braccialetti elettronici. Si potrebbe poi ricorrere all'istituto della liberazione anticipata speciale e anche, per particolari casi di ristretti in già gravi condizioni e a rischio contagio, ai poteri di grazia del Presidente della Repubblica.

I numeri parlano chiaro: i detenuti, a oggi, sono 58.592 e gli agenti circa 45.000. Cifre che portano a considerare il Pianeta Carcere come un luogo esplosivo, all'interno del quale il rapporto tra vita e morte sfugge alla razionalità. Dopo le gravi rivolte di un mese fa i detenuti ora hanno saputo convertire la propria detenzione sofferta in appelli, raccolte fondi per gli ospedali e produzione di mascherine. In carcere la paura è sempre vicina a sconfinare nel panico, e la solidarietà è parte integrante del nostro vivere sociale.

L'emergenza virus non riguarda solo noi, cittadini liberi confinati in casa con i nostri dubbi interpretativi su quando uscire per l'ora di aria, se con i bambini o meno. È un momento molto particolare, il distanziamento sociale è sicurezza, la normalità probabilmente ancora lontana. Siamo abituati ad ascoltare appelli per tutti, a ripetere la frase "Nessuno rimarrà indietro".

Ebbene, se quella frase ha un significato, anche morale per una nuova coesione sociale, per un futuro diverso dal passato e dall'emergenza, non possiamo e non dobbiamo dimenticare la richiesta che viene dal carcere. Proprio da quel luogo dell'emergenza cronica può ripartire quella carica di umanità utile a trasformare la passività sofferta dal mondo libero in prassi virtuosa di adesione al significato più profondo del nostro vivere civile: la solidarietà.

 

*Associazione Progetto Firenze