sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Libero Red Dolce

Il Tirreno, 26 settembre 2026

Entrare in un carcere significa vedere una realtà che normalmente resta fuori dallo sguardo. È quello che ha fatto l’assessora regionale Alessandra Nardini, con delega alle Carceri, che ha visitato quasi tutti gli istituti penitenziari toscani e concluderà nelle prossime settimane il suo giro. Ha visto celle sovraffollate, cimici, spazi degradati e personale costretto a lavorare in condizioni difficili. Ma anche esperienze contrastanti: a Firenze ha incontrato un ragazzo che, dopo un corso da gelataio, oggi lavora in una gelateria nelle ore in cui può uscire dal carcere; a Pontremoli, invece, ha incontrato una minorenne detenuta insieme ai suoi due bambini, di sei mesi e un anno e mezzo. Due immagini opposte dello stesso sistema, raccontate da chi lo sta attraversando.

Qual è la cosa che più l’ha colpita?

“Vedo un sistema che in alcuni luoghi non riesce più a reggere. Quando sono state sequestrate le sette sezioni di Sollicciano, circa 220 detenuti sono stati trasferiti negli altri istituti toscani, già sovraffollati. Così il problema si è spostato. Sollicciano aveva i problemi strutturali più evidenti, ma il carcere dove ho percepito maggiore tensione è Prato. La situazione è insostenibile per il sovraffollamento: al momento della mia visita era al 160 per cento, con celle pensate per due persone che ne ospitavano quattro”.

A Sollicciano e Pisa cosa ha visto?

“Mi hanno raccontato in molti che a Sollicciano preferiscono dormire per terra, con il materasso e a volte persino con un telo, perché nei letti a castello più alti, nelle celle piccolissime, manca l’aria. Il ventilatore è spesso l’unico refrigerio. Alcuni lo fanno anche per evitare le cimici. A Pisa alcuni detenuti mi hanno mostrato la schiena tappezzata dai segni delle cimici. La direzione ha cercato di intervenire, ma il sovraffollamento rende difficile una vera disinfestazione: bisognerebbe svuotare interi reparti”.

Anche a Livorno ha trovato condizioni pesanti...

“La media sicurezza al momento della mia visita era in condizioni inaccettabili. Ci sono celle piccolissime dove invece di due detenuti ce ne sono tre. E c’è una cosa che trovo terribile: il bagno e lo spazio dove si cucina sono attaccati, senza una porta, senza una vera divisione. Si cucina e si va in bagno nello stesso spazio”.

Quanto pesa la carenza di personale?

“Pesa tantissimo, ovunque, mancano educatori, mediatori culturali, personale sanitario e polizia penitenziaria. A Prato gli agenti sono sotto organico e costretti a turni insostenibili. Anche a Porto Azzurro il problema della mancanza di personale è gravissimo non credo certo che la soluzione non può essere tornare indietro rispetto al modello aperto che ha fatto di Porto Azzurro un’esperienza virtuosa”.

Ha visto anche esperienze che funzionano...

“Sì. A Massa i detenuti lavorano producendo lenzuola e coperte per le carceri italiane. A San Gimignano molti frequentano il Polo universitario penitenziario. A Volterra c’è il teatro di Armando Punzo, un’esperienza straordinaria, a Siena hanno costituito un gruppo musicale”.

C’è poi il tema dell’affettività. Quanto è ancora lontano il diritto a viverla in carcere?

“Molto. Pochissimi istituti hanno spazi adeguati. A Gorgona era stato individuato un luogo idoneo, ma poi tutto si è fermato. A Siena il luogo c’è, ma mancano i soldi per sistemarlo e arredarlo, lo stesso a Sollicciano. A Volterra c’è una soluzione provvisoria, già utilizzata, in attesa di quella definitiva”.

Che cosa significa concretamente garantire questo diritto?

“Non significa mettere a disposizione solo un letto e un bagno. Deve essere uno spazio dignitoso dove una persona possa stare con i propri affetti. Anche con i figli. Un tavolino, un bollitore per il tè fanno la differenza. A Volterra mi hanno colpita un cuore dipinto sul muro, ripreso anche sulla tenda. Dettagli che dicono che quello spazio è pensato per una relazione”.

Lei ha visitato anche i due istituti minorili. Che cosa ha trovato?

“A Pontremoli ho incontrato una ragazza minorenne che aveva con sé due bambini, uno di sei mesi e uno di un anno e mezzo. La direttrice si stava attivando per farle ottenere una misura alternativa. A Firenze mi ha colpita l’esperienza di un corso per gelataio. Un ragazzo oggi lavora in una gelateria nelle ore in cui può uscire dal carcere. A Ferragosto hanno portato gelato per tutti”.

E sulla giustizia minorile?

“Un minorenne non è un adulto in miniatura, la proposta del Governo è irricevibile, pura propaganda. Tra i 14 e i 18 anni bisogna considerare storia personale, famiglia, contesto sociale ed educativo, fragilità e possibilità di cambiamento. Non per giustificare i reati, ma per responsabilizzare davvero. La giustizia minorile è nata per recuperare, non per arrendersi”.

Dopo aver visto queste realtà, cosa resta più forte?

“A Lucca un detenuto mi è venuto incontro per parlarmi delle condizioni di vita. Nella sua cella aveva appeso un calendario e accanto alla data del giorno aveva scritto “Visita assessora”. Aveva sentito alla televisione che sarei andata e con gli altri aveva deciso di parlarmi a nome della sezione, visto che non hanno un Garante. Quando sono uscita dalla cella e ho guardato gli altri, nei loro occhi ho letto la stessa richiesta: rispetto. Mi hanno ringraziata, ma sono io a ringraziare loro per la lezione di dignità che mi hanno dato”.