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di William Frediani*


Ristretti Orizzonti, 2 marzo 2020

 

La carica dei Garante dei detenuti è vacante in Toscana dall'ottobre dello scorso anno. Trovo paradossale che questo si stia verificando nella regione che, per prima in Italia, ha abolito la condanna a morte e si è dimostrata sempre aperta a una visione umana della pena.

Ho scritto un libro sulla vita quotidiana in carcere, che ho ancora inciso sulla pelle e nell'anima, ho tenuto seminari e conferenze in scuole e università italiane e, in tutto il lavoro di ricerca e di confronto, è sempre emerso il lato più oscuro del sistema penitenziario: la sua auto-referenzialità, il suo rigore punitivo privato, la mancanza di un organo che rappresenti - per statuto - i prigionieri e li tuteli dalle storture istituzionali.

La figura del Garante è estremamente importante e la notizia che la sua nomina possa essere sospesa per ragioni di palazzo e spartizioni partitiche "all'italiana" crea angoscia e timori fondati di politiche perniciose nei confronti della popolazione carceraria.

Auspico, dunque, che si possa trovare una soluzione a questo vuoto preoccupante nel minor tempo possibile, senza aspettare i risultati della tornata elettorale che vedrà impegnata la Toscana nelle prossime settimane; che si agisca nell'interesse degli "ultimi", dei reclusi, degli internati di ogni colore, estromessi dalla civiltà e privati d'ogni rappresentanza e d'ogni parvenza di cittadinanza.

Al di là della scelta che verrà fatta, mi auguro che il nuovo Garante sia una persona con curriculum prestigioso, un provato difensore sincero dei diritti dei prigionieri; sincero perché li conosce, perché per anni e anni è stato al loro fianco. Una persona con una visione aperta e civile che contempli l'idea di una pena che garantisca una salute psico-fisica ai detenuti almeno parificata a quella degli altri esseri umani in libertà. Sarebbe, questa, una "rivoluzione copernicana" della solidarietà.

Auspico, inoltre, che sia una persona accettata dai prigionieri, una persona di cui si possano fidare. E non trovo assurda o lesiva delle libertà democratiche l'idea che i detenuti vengano ascoltati prima di effettuare la nomina. Mi viene addirittura l'insana idea che il Garante dovrebbe essere eletto dai detenuti a loro tutela, esattamente come fu per i Tribuni della plebe o i Capitani del Popolo.

Inizialmente cariche non ufficiali, poi inserite a tutti gli effetti negli ordinamenti costituzionali in cui operavano. Mi domando se la Repubblica romana avrebbe avuto una storia così gloriosa senza i Tribuni della plebe, o se il Comune medievale sarebbe stato tanto importante senza il Capitano del Popolo, eletto per contrastare le angherie del potere sulla cittadinanza. Ma questa è solo un'utopia, per il momento. Certo è che dovremmo augurarci che il nuovo Garante sia una persona che trovi largo consenso nelle celle. La consultazione dei prigionieri alla scelta del Garante sarebbe, oltretutto, un'opera di partecipazione alla vita "istituzionale" rientrante in quell'azione di "recupero" che la società dovrebbe promuovere.

Sia nominato il Garante, dunque, senza interessi di parte o spartizione di poltrone. Non una persona estranea al mondo della prigione, ma una che conosca l'odore di polvere, sigarette e cemento delle celle, che sappia quanto distruttivo è il rumore delle serrature di acciaio, che abbia assaggiato il rancio immangiabile del vitto, che abbia visto gli effetti devastanti della deprivazione sensoriale e affettiva, che sia perfettamente conscia della tortura ambientale che si riproduce ogni giorno sui corpi e nei cervelli. Una persona che abbia conosciuto il carcere umanamente e professionalmente. Se mi si chiedesse di scegliere un nome tra i candidati, non avrei dubbi: Francesco Ceraudo.

 

*Autore di "Un universo di acciaio e cemento", Sensibili alle Foglie, 2018