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di Sara Nocentini

Corriere Fiorentino, 27 novembre 2025

La separazione delle politiche regionali per le questioni carcerarie da sanità e sociale, da lavoro e formazione, rischia di indebolire i rapporti con la giustizia e l’amministrazione penitenziaria. La definitiva composizione della giunta regionale toscana e l’assegnazione delle deleghe invita a sviluppare una riflessione su un tema apparentemente ai margini delle nostre comunità, ma in realtà pienamente parte di un più ampio ragionamento sui sistemi di welfare e sulla loro efficacia. Il tema è il carcere o, se preferiamo, i percorsi di esecuzione penale (che possono essere interni al carcere o esterni attraverso varie misure), o ancora più in generale, il legame tanto profondo quanto poco esplicitato tra il governo delle nostre istituzioni territoriali, Regione e Comuni, e l’amministrazione della giustizia.

In maniera sempre più marcata quest’ultima passa da una stretta intesa con le istituzioni locali, che si trovano a ricomporre sui singoli territori i contorni di una collaborazione che viene certamente promossa dai vari livelli ministeriali, senza però che se ne esplicitino adeguatamente le forme, i percorsi e le risorse dedicate.

La sanità in carcere è un diritto essenziale di assistenza e come per tutti gli altri cittadini è affidato alla competenza concorrente tra Stato e Regioni. Molti altri ambiti vedono però di fatto la necessità di una collaborazione tra giustizia e istituzioni territoriali, con vari livelli di formalizzazione: in ambito civile, gli sportelli di prossimità, che sotto un coordinamento regionale, “avvicinano” gli uffici giudiziari ai territori più distanti dai capoluoghi per pratiche semplici e di diffusa necessità; in ambito penale, per favorire il massimo ricorso alla messa alla prova, promuovendo anche il coinvolgimento del terzo settore, o per lo svolgimento di tutte le misure alternative alla detenzione, o per l’attuazione della cosiddetta giustizia riparativa, formalizzata nel nostro Paese con la riforma Cartabia e vittima di un estenuante iter attuativo.

A questo si aggiunga un capitolo a parte, che discende direttamente dall’articolo 27 della Costituzione e del fine ultimo, rieducativo, della pena, ossia fare in modo che il momento dell’esecuzione penale costituisca un momento di formazione e predisposizione ad un reinserimento pieno nella comunità. Inclusione sociale e lavorativa, formazione scolastica e professionale, istruzione universitaria, accesso alle attività culturali, educazione linguistica e promozione della lettura sono ambiti di intervento delle politiche regionali e comunali, che si aggiungono a tutte le procedure legate alla regolarità o regolarizzazione dei documenti delle persone detenute, e che necessitano di un raccordo serrato e continuativo con l’amministrazione giudiziaria e penitenziaria. Gli interlocutori sono molteplici e il confronto tra più istituzioni è previsto anche da una cabina di regia che la Regione è chiamata a presiedere e coordinare.

La suddivisione delle deleghe all’interno della nuova giunta suggerisce che la Regione dovrà fare uno sforzo ulteriore, rispetto al passato, per fornire un interlocutore unitario alla magistratura, agli istituti di pena, alle Asl, ai Comuni, agli uffici di esecuzione penale esterna, al terzo settore, alle aziende e alle cooperative che da tempo costituiscono una reale possibilità di impiego per le persone in uscita dall’esecuzione penale e non solo.

La separazione delle politiche regionali per le questioni carcerarie da sanità e sociale, da lavoro e formazione e dai rapporti con l’università, rischia di rappresentare un elemento di indebolimento dell’efficacia e della fluidità dei rapporti con gli interlocutori della giustizia e dell’amministrazione penitenziaria, a meno che non se ne ravvisi il bisogno e non si compensi altrimenti. I due progetti pluriennali che la Toscana è riuscita ad aggiudicarsi con Cassa delle Ammende e ministero della Giustizia costituiscono un banco di prova importante, utile a mettere a punto un coordinamento adeguato, per ovviare al rischio che ciascun settore finisca per aprire una interlocuzione propria, frammentando tavoli e interventi in un contesto in cui spesso la costruzione dei percorsi vale almeno quanto le risorse ad essi destinate.