di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 luglio 2026
Il sovraffollamento divampa. Al 19 luglio nelle carceri italiane vivono 64.739 persone per 46.237 posti realmente disponibili, e il tasso reale di affollamento tocca il 140 per cento. Il caldo dell’estate moltiplica il peso di una struttura che è già totalizzante, dove la cella diventa un forno e il tempo non passa mai. Il governo, di concreto, non ha fatto nulla. Resta la sua proposta di legge, ancora non approvata in via definitiva, che pure, nonostante evidenti criticità, qualcosina potrebbe fare. Eppure l’iter è ancora lungo. I numeri arrivano dal monitoraggio quotidiano che rielabora le schede di trasparenza del ministero della Giustizia, e raccontano una realtà più dura di quella ufficiale.
Sulla carta i posti regolamentari sarebbero 51.184, ma quasi cinquemila non esistono davvero: sezioni chiuse, reparti inagibili, celle fuori uso. Sottraendo quei posti fantasma si ottiene il dato vero, quello che misura come si vive dentro. E il dato vero, ormai stabilmente sopra il 140 per cento, significa che in molti istituti si dorme in tre dove ci sarebbe spazio per due, con le brande accostate e nessuno spazio per muoversi.
Con l’estate la situazione precipita. Nelle celle affollate la temperatura sale oltre i quaranta gradi, l’acqua scarseggia, i ventilatori sono pochi e spesso vietati. Il carcere, che già ingoia le giornate e cancella l’orizzonte, diventa in questi mesi una macchina che logora i corpi e la mente. Le morti e i suicidi continuano a segnare l’anno, e ogni estate porta con sé il rischio di proteste, di gesti estremi, di rivolte che covano nel silenzio. Non è un caso che il tribunale di Firenze abbia sequestrato alcune sezioni di Solicciano perché le condizioni erano incompatibili con la dignità della persona. Dove lo spazio manca e il caldo non dà tregua, la pena smette di essere solo privazione della libertà e diventa qualcosa che tocca il corpo.
Di fronte a tutto questo il governo ha risposto con annunci più che con fatti. Il decreto carceri del 2024 ha promesso nuove assunzioni di agenti e una procedura più rapida per la liberazione anticipata, ma la Corte costituzionale ha bocciato proprio il meccanismo di quella liberazione. Il piano di edilizia penitenziaria punta a diecimila nuovi posti entro il 2027, solo che la Corte dei conti ha certificato ritardi pesanti, appalti annullati e rifatti a costi maggiori, perfino un commissario di fatto esautorato. Nel frattempo i detenuti aumentano di circa nove unità al giorno, e nel solo 2025 si è registrata una perdita netta di posti: si costruisce meno di quanto si perde. Amnistia e indulto restano fuori discussione, perché sarebbe, dicono, una resa dello Stato. Così l’unica cosa davvero in campo, l’unico intervento che prova a incidere sui numeri e non solo sui muri, è una legge che deve ancora compiere metà del suo cammino.
La scommessa sulle comunità - In questo scenario si muove il disegno di legge voluto dai ministri Nordio e Schillaci, presentato nel luglio 2025 come parte del piano carceri. L’idea di fondo è semplice, e lo stesso Nordio l’ha riassunta così: i tossicodipendenti sono oltre un quarto dei detenuti e i più sono malati da curare più che criminali da punire. La proposta permette a chi ha problemi di droga o di alcol di scontare la pena non in cella ma in una comunità accreditata o in una struttura pubblica del servizio sanitario, seguendo un programma di recupero. Il beneficio vale per pene, anche residue, fino a otto anni, che scendono a quattro quando c’è di mezzo un reato ostativo, e si può ottenere una sola volta. Rientrano anche le comunità che accolgono di giorno senza vitto e alloggio. Accanto a questa misura ne compare un’altra che consente di chiudere prima il processo, con un accordo simile al patteggiamento, mandando subito l’imputato in comunità invece che dietro le sbarre.
I numeri spiegano perché il tema pesa. Alla fine del 2024 i detenuti con problemi di tossicodipendenza erano 19.755, quasi un terzo di tutta la popolazione carceraria. Sommando le varie categorie di persone che in teoria potrebbero rientrare nella misura si arriva a una platea attorno alle ventitremila unità. La rete di accoglienza c’è: le comunità terapeutiche mettono a disposizione circa 13.276 posti letto, e quasi la totalità, il 97 per cento, è gestita dal privato e dal privato sociale. Sulla carta, insomma, i margini per svuotare un po’ le celle esistono.
Il testo prevede anche una commissione presso la presidenza del Consiglio che dovrà fissare criteri uniformi per accertare la dipendenza, così da evitare che ogni tribunale decida a modo suo. Il primo sì è arrivato. Il Senato ha approvato il testo il 10 giugno scorso, e da metà giugno il provvedimento è passato alla Camera, alla commissione Giustizia, dove il 24 giugno si è tenuta una lunga giornata di audizioni. Hanno parlato magistrati di sorveglianza, avvocati, esperti, associazioni, l’ex garante nazionale dei detenuti. Il principio ha convinto quasi tutti. È sul come che sono piovute le obiezioni.
I limiti che rischiano di svuotarla - Perché il punto è proprio questo: la legge, così com’è, rischia di valere sulla carta molto più che nella realtà. Lo Stato ha stanziato poco più di 19 milioni di euro l’anno, una cifra che copre circa cinquecento posti in comunità. E infatti la stessa relazione tecnica, facendo i conti in modo prudente, stima che i beneficiari effettivi saranno poche centinaia all’anno, non le migliaia evocate dal principio. Lo ha detto senza giri di parole il senatore Walter Verini durante il voto: il principio è giusto ma il contenuto è debole, alla fine riguarderà alcune centinaia di persone quando dovrebbe riguardarne almeno ottomila, e mancano le risorse. Il paradosso è tutto qui: una platea potenziale enorme e una copertura pensata per poche centinaia di posti.
Le altre critiche vanno nella stessa direzione. L’ex garante Mauro Palma ha spiegato che la platea si ridurrà a pochissime centinaia, anche perché i magistrati faticano già oggi a trovare comunità disponibili, quasi sempre piene. Ha definito incomprensibile l’esclusione di chi è recidivo, dato che la dipendenza è per sua natura una condizione che ricade, e che tenere fuori i recidivi toglie efficacia proprio dove servirebbe di più. Ha segnalato poi alcuni divieti assoluti scritti nel testo che in passato la Corte costituzionale ha già bocciato, perché confliggono con la funzione rieducativa della pena. E ha messo in guardia da un rischio più sottile: affidare al privato pezzi interi della funzione penale può trasformare l’accoglienza in un mercato, con strutture che nascono per intercettare i fondi più che per curare le persone.
Sulla stessa linea le comunità stesse, che pure sono le prime interessate. Le loro reti riconoscono il valore di alcune scelte, come l’aver alzato la soglia di pena, ma ricordano che le comunità sono nate per accompagnare e curare, non per recludere, e che il rischio è di scaricare su di loro un pezzo del carcere senza dare i mezzi per reggerlo. I budget regionali che pagano i posti restano insufficienti, e i posti liberi sulla carta spesso non sono davvero coperti.
Dall’opposizione è arrivata anche la richiesta, respinta, di includere chi soffre di dipendenza dal gioco d’azzardo. Resta il fatto che la strada è ancora lunga. Il voto del Senato non basta, serve quello della Camera sullo stesso testo, e ogni modifica costringe a ripartire da capo con un nuovo passaggio a palazzo Madama. Visto che parecchi tra chi è stato ascoltato ha chiesto correzioni pesanti, è probabile che il testo cambi, con tempi che si allungano verso la fine della legislatura. Nel frattempo le celle restano piene oltre ogni limite, il termometro sale, e la misura che potrebbe alleggerire almeno una parte del peso rimane appesa a un iter che non si chiude. Il governo continua a promettere edilizia e a escludere ogni provvedimento di clemenza. E il numero dei detenuti, giorno dopo giorno, continua a salire senza che nulla lo fermi davvero.










