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di Valentina Stella

Il Dubbio, 22 agosto 2026

Il viceministro alla giustizia respinge l’allarme: “Nessuna scorciatoia per i mafiosi”. Gonnella (Antigone): “È ineffettivo”. Catanzariti (Ucpi): “Riguarderà in astratto circa 550 detenuti”. Ieri è entrata in vigore la legge che consente ai detenuti tossicodipendenti o alcolisti di scontare ai domiciliari in una comunità terapeutica le condanne residue fino a otto anni di reclusione, quattro in caso di reati più gravi. Ma il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri ha subito lanciato l’allarme: si tratta di un “indulto mascherato” che “libererà i mafiosi”. In realtà, come ci ha spiegato il vice ministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, “la legge 140/2026 è ancora più rigorosa di quella vigente fino ad oggi”.

Prima di proclamare anatemi, per il numero due di Via Arenula, “bisognerebbe leggerla con attenzione, evitando di correre il rischio di diffondere deduzioni creative e suggestive. Questa norma, sia chiaro, non è frutto di improvvisazione, ma l’esito di un dibattito approfondito tra esperti”. E “non è di certo stata pensata come misura clemenziale. La deflazione può essere solo una conseguenza indiretta”. Inoltre, ci dice sempre Sisto, “già il DPR 309/1990 prevedeva il recupero con misure alternative al carcere per condanne fino a sei anni. Ora abbiamo alzato la soglia a otto per evitare che si faccia ritorno in cella dopo la riabilitazione. Il principio che ci ha ispirati è che la tossicodipendenza non può che essere considerata una malattia e come tale va curata”.

Rispetto alle altre critiche mosse dal magistrato antimafia, Sisto replica: “Non c’è alcuna possibilità di un uso strumentale della norma. L’ammissione al beneficio è preceduta da una rigorosa istruttoria da parte della magistratura di sorveglianza, segnatamente sul nesso causale fra reato e dipendenza. E basterà una sola violazione delle prescrizioni per abbandonare il programma. Il percorso, tra l’altro, non sarà una passeggiata di salute, richiederà da parte del detenuto impegno e sacrificio”. Infine, per quanto concerne il pericolo di scarcerare i mafiosi, il vice ministro ha concluso: “Come per la legge precedente, anche per quella appena entrata in vigore esiste sempre il limite dei quattro anni se relativo ad una condanna per un reato di cui all’articolo 4 bis Op. Di conseguenza nessun favore sopravvenuto a chicchessia”.

A interpretare in maniera opposta rispetto a Gratteri la norma è il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella: “Le nostre osservazioni critiche al testo di legge approvato dal governo sono di ben altra natura. È ineffettivo perché privo di copertura finanziaria adeguata e non servirà a ridurre il peso del sovraffollamento. Al limite ne fruiranno poche centinaia di persone”. È stato infatti lo stesso Dicastero ad ammettere che la possibilità di far uscire dal carcere 10 mila reclusi malati di droga o alcol rappresenta una “prospettiva evidentemente pluriennale”, in quanto con i 19 milioni stanziati nel 2027 potrebbero trovare posto in comunità forse 500 detenuti tossicodipendenti.

“È tardivo - ha proseguito Gonnella - in quanto bisognava intervenire prima senza infangare, come ha fatto il governo, il codice penale di tante norme repressive produttive di carcerazione di massa. È potenzialmente rischioso ma solo perché affida parte del meccanismo detentivo a comunità private mettendo a repentaglio il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge”. Detto questo, ha concluso, “oggi ogni scelta di deflazione è essenziale perché serve a riportare le carceri nella legalità costituzionale. Le mafie in carcere approfittano della illegalità diffusa, di manovalanza povera, di persone vulnerabili. Per questo vanno costruiti percorsi sociali verso i detenuti meno strutturati dal punto di vista criminale. Le mafie gongolano grazie al sovraffollamento che è manodopera bisognosa gratuita”.

Pure, infine, secondo l’avvocato Gianpaolo Catanzariti, responsabile dell’Osservatorio carcere dell’Unione Camere Penali Italiane, “la paura manifestata dal procuratore Gratteri, per cui la recente riforma su detenzione e tossicodipendenze può costituire un indulto mascherato, mi pare del tutto eccessiva se non paradossale. Mi ricorda la ricorrente ansia, tipicamente agostana, di chi teme, al proprio ritorno dalle vacanze, di ritrovarsi la casa invasa dai ladri e magari, per evitare ciò, rinuncia pure alle vacanze.

La tanto strombazzata riforma non porterà, purtroppo, beneficio alcuno alla vergognosa condizione delle carceri, sovraffollate e stracariche di una umanità dolente nell’indifferenza istituzionale e generale, riguardando in astratto circa 550 detenuti. Come si possa voler chiudere gli occhi dinanzi all’uso e soprattutto l’abuso e il misuso in carcere di psicofarmaci e sostanze stupefacenti che rendono i nostri istituti il più grande mercato dello spaccio rimane davvero un mistero tutto italiano, tollerando, così, confini e pratiche sempre più sfumate e influenzate dal forte disagio psichico dei detenuti e dalle assurde logiche di gestione carceraria”.