di Antonella Ambrosio
videonola.tv, 3 settembre 2026
Cinquecento possibili percorsi terapeutici aggiuntivi davanti a una platea che supera le ventimila persone detenute con problemi di dipendenza: è dentro questa distanza, molto più che nelle definizioni politiche che hanno accompagnato l’approvazione della norma, che si misura il primo limite della nuova legge sui tossicodipendenti in carcere, entrata in vigore il 21 agosto e destinata a introdurre nuove possibilità di accesso alla detenzione domiciliare per chi viene inserito in programmi terapeutici e socio-riabilitativi. A riportare il provvedimento alla dimensione dei numeri è Samuele Ciambriello, Garante campano delle persone private della libertà personale e portavoce della Conferenza nazionale dei Garanti territoriali, secondo il quale i 19,4 milioni di euro previsti per il 2026 permetteranno di finanziare circa 500 posti aggiuntivi, una quota che supera di poco il 2 per cento rispetto all’intera popolazione carceraria interessata da problemi di tossicodipendenza o alcoldipendenza.
Un dato che, per Ciambriello, ridimensiona anche la rappresentazione della legge come una sorta di misura generalizzata di alleggerimento delle carceri: “Altro che indulto mascherato”, osserva il Garante, ricordando che l’accesso ai nuovi percorsi non sarà automatico e continuerà a passare attraverso la valutazione della magistratura, oltre che dalla presenza di un programma terapeutico concreto e verificabile. La legge 5 agosto 2026, numero 140, costruisce infatti un percorso alternativo alla permanenza ordinaria in carcere per persone tossicodipendenti o alcoldipendenti, prevedendo programmi residenziali o semiresidenziali che potranno svolgersi anche attraverso i SerD e le comunità accreditate, con l’obiettivo di affiancare alla pena un trattamento capace di incidere sulle cause della dipendenza e sul rischio di una successiva ricaduta nel circuito criminale.
È proprio questo, secondo Ciambriello, l’elemento più significativo della riforma, perché sposta l’attenzione dalla dipendenza considerata esclusivamente come comportamento individuale alla dipendenza riconosciuta come patologia, senza per questo cancellare la responsabilità penale di chi ha commesso un reato. La nuova normativa, dunque, apre una strada che fino a oggi è rimasta troppo stretta, ma il rischio è che la distanza tra ciò che la legge promette e ciò che le risorse permettono effettivamente di realizzare finisca per lasciare fuori proprio la parte più consistente delle persone alle quali la riforma dovrebbe rivolgersi.









