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di Silvio Messinetti

Il Manifesto, 3 giugno 2026

I caporali pachistani si avvalgono di manodopera afghana arrivata in riva allo Ionio dopo il ritorno dei talebani in Afghanistan nel 2022. Sotto ricatto anche gli indiani del Punjab che dall’Agro pontino sono arrivati in Calabria. “Già nel 2020 ai tempi del Covid avevamo capito che la miccia era pronta ad esplodere ed avevamo presentato una denuncia in Procura. La strage di Amendolara ha dimostrato plasticamente la pericolosità della situazione. Purtroppo avevamo ragione”. Silvano Lanciano è un sindacalista della vecchia scuola. Batte i campi di raccolta palmo a palmo. Coadiuvato dalla Flai Cgil della Sibaritide e del Pollino conosce alla perfezione i meccanismi di intermediazione illecita che infestano da decenni le campagne agrumicole a nord della Calabria.

È qui, nelle lande tra Corigliano, Villapiana, Sibari, Roseto Capo Spulico, che si è insediata la “mafia pakistana”, come l’unico sopravvissuto all’eccidio dell’area di servizio ha definito i caporali che qui la fanno da padrone in combutta con le famiglie della criminalità organizzata. Il litorale ionico cosentino è caratterizzato storicamente da una precarietà degli equilibri criminali ‘ndranghetisti sia per la mancanza di autorevoli leadership sia per il succedersi di numerose attività repressive. Anche grazie a questo tessuto criminale poroso che i pachistani hanno potuto insinuarsi nei meandri della criminalità. “Sono piccoli nuclei, parlano prevalentemente il punjabi e presumibilmente organizzano la tratta dei migranti. Si tratta di soggetti diffidenti e di comunità chiuse”, continua Lanciano.

Pochi anni fa la Flai e la Comunità progetto sud di Lamezia Terme, fondata da don Giacomo Panizza, avevano prodotto un esposto, grazie anche all’ausilio di alcune fonti confidenziali all’interno delle comunità bracciantili. La denuncia venne presentata alla procura di Castrovillari guidata allora da Eugenio Facciolla. “Ma dopo il suo trasferimento ad altra sede l’indagine si è impantanata e persino il commissariato di Castrovillari che aveva un nucleo di indagine sull’intermediazione illecita nelle campagne è stato poi via via depotenziato. A Diamante e a Paola, sul Tirreno cosentino, hanno aperto presidi di legalità, qui nel Pollino e nell’Alto Ionio invece hanno ridotto i ranghi e gli operativi. La strage di sabato è anche frutto di questa assenza palpabile dello Stato”.

Nella loro attività di reclutamento i pachistani si avvalgono di manodopera afghana arrivata in riva allo Ionio dopo il ritorno dei talebani in Afghanistan nel 2022. Ad esser sottomessi ci sono poi gli indiani del Punjab che dopo l’agro pontino hanno cominciato ad arrivare in massa anche in Calabria. La paura, la soggezione e le minacce (ma anche la violenza fisica in misura minore) sono i fattori che rendono questi lavoratori stranieri docili e servili. “Gli africani, che con la loro collaborazione ci hanno aiutato a produrre l’esposto in procura, abbiamo dovuto trasferirli in forma anonima e in sedi segrete dopo che erano stati minacciati”, rivela Lanciano.

In effetti, la necessità di qualsivoglia occupazione li rende del tutto disponibili e resilienti alle angherie che queste organizzazioni criminali mettono in campo per il proprio arricchimento. Consegnano i propri documenti ai caporali e si sottomettono alle loro prevaricazioni, Secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto sulle Agromafie, queste organizzazioni hanno una doppia configurazione organizzativa che affonda le proprie radici nelle rispettive comunità di connazionali, basata sulla centralizzazione degli organi di comando.

Assume la forma piramidale con la base suddivisa in due parti: una è operativa nel nostro paese (con figure apicali, intermedie e di basso rango) e l’altra, specularmente, è operativa nel paese di origine con i leader/ boss di alto rango attorniati dai sodali, strutturati in corone discendenti per peso e caratura delinquenziale e nei paesi intermedi di transito, con strutture più leggere e flessibili. Anche per questo, come sostiene Lanciano, è presumibile che pure i braccianti delle lande calabresi siano vittime di tratta di migranti.

La strage di Amendolara ha avuto come effetto collaterale quello di aver aperto i riflettori su una piaga troppo spesso messa nel dimenticatoio dalla politica regionale e nazionale. “L’Italia è una Repubblica democratica fondata, in alcune regioni, sullo sfruttamento del lavoro bracciantile - spiega Francesco Saccomanno Responsabile Migranti Prc Calabria -. Tutti vedono e si indignano, a partire dal presidente della Calabria Occhiuto, ma nessuna istituzione interviene per evitare preventivamente tali tragedie. Un sistema schizofrenico in cui l’assessore all’Agricoltura Gianluca Gallo (Fi) distribuisce lauti finanziamenti e fa passerelle da una sagra all’altra raccogliendo consenso elettorale, senza però accorgersi che è tutta la filiera ad essere imperniata sullo sfruttamento sistematico di esseri umani”. Fino alla prossima tragedia sui campi, fino alla prossima strage.