di Michele Ainis
La Repubblica, 26 luglio 2021
Questo Green Pass è una creatura misteriosa. Non si capisce neppure se sia un consiglio o un obbligo. se serva a spronare i riottosi o viceversa a bastonarli. Qualcuno osserva che il Green Pass costituisce un requisito, non un obbligo. Altri parlano d'un obbligo indiretto. Mettiamola così: è un requisito obbligatorio. Se ne sei privo, rinunci a buona parte della tua vita sociale. Ma a sua volta l'obbligo - per essere legittimo - soggiace ad alcune condizioni, dettate dalla Carta costituzionale e dal buon senso.
Primo: occorre una legge (o un decreto legge). La pretende l'articolo 32 della Costituzione, affinché una scelta così drastica venga discussa in Parlamento. E la legge dovrebbe poi riflettere un criterio di gradualità, d'applicazione progressiva e temperata, senza liste di proscrizione né diktat, giacché ogni misura sanitaria obbligatoria si situa sul crinale fra libertà e doveri. Nel caso del Green Pass, chi ne è sprovvisto perde una quota di diritti, chi lo ottiene rinuncia giocoforza alla sua privacy.
Secondo: l'obbligo dev'essere esigibile. Può sembrare ovvio, invece non lo è. Quasi la metà degli italiani non ha ancora completato il ciclo vaccinale; e in 20 milioni non hanno ricevuto alcuna dose. Se corressero tutti insieme a vaccinarsi, la loro richiesta non potrebbe venire soddisfatta, perché al momento sussiste una riserva di 3,3 milioni di dosi a Rna messaggero. Senza dire degli immunodepressi o delle persone a cui per vari motivi il vaccino è sconsigliato.
Terzo: l'estensione del Green Pass. Dipende dalla situazione di fatto, e dipende dai diritti in gioco. Oggi c'è un allarme, non un'emergenza assoluta (e meno male) come un anno fa, con gli ospedali saturi e centinaia di morti al giorno. Dunque è lecito comprimere un ventaglio di diritti secondari, relativi al tempo libero, come una cena al ristorante o una domenica allo stadio. Non però i diritti che la Costituzione stessa dichiara "fondamentali": è il caso del lavoro, così come della libertà di circolare su ogni mezzo di trasporto.
Il guaio è che soffia un vento d'intolleranza, acre, nemico delle mezze misure. Da un lato, il popolo dei No vax (2 italiani su 10, stima Diamanti su Repubblica, 31 maggio), o più semplicemente di quanti aspettano che a vaccinarsi siano gli altri, tutti gli altri, così loro la scampano senza pagare dazio. Egoismo di massa, che oltretutto infrange i "doveri inderogabili di solidarietà sociale", evocati dall'articolo 2 della Costituzione. Dall'altro lato, marciano i legionari del vaccino, sguainando il pugnale contro gli infedeli. Così, la virologa Ilaria Capua vorrebbe far pagare ai non vaccinati le cure ospedaliere. Confindustria propone d'espellerli dai luoghi di lavoro, lasciandoli perciò senza stipendio. Idem l'associazione dei presidi rispetto agli insegnanti. E intanto la Statale di Milano ha già vietato le residenze universitarie agli studenti privi del vaccino.
Se l'aria che tira è questa, tanto vale stabilire la vaccinazione obbligatoria, senza troppe ipocrisie. D'altronde il governo l'ha già decisa per i medici. Ma un'ulteriore stretta è lecita soltanto se s'impennano i contagi, i ricoveri, i decessi. Qui e oggi, è stato perciò giusto lasciare fuori dal decreto i diritti fondamentali: scuola, trasporti, lavoro. Ed è invece sbagliato pretendere il Green Pass per i concorsi pubblici (benché sia già obbligatorio un tampone negativo), assimilandoli alle sagre e alle piscine, mescolando il posto fisso con lo svago. C'è infatti un unico criterio distintivo da tenere a mente; e non dipende dalla quantità di folla ospitata in uno spazio, bensì dalla qualità del diritto di volta in volta esercitato.











