di Simona Musco
Il Dubbio, 16 ottobre 2020
Firmato l'accordo con il ministero. L'Usb: "trattati come schiavi". Tra i cancellieri cova la rivolta. Contro un accordo sullo smart working ritenuto insufficiente, se non ridicolo - al punto che l'Usb ha deciso di non firmarlo - e contro una svalutazione della figura professionale a causa dei "diktat" della magistratura.
"Si tratta dell'ennesimo accordo a perdere per i lavoratori della giustizia", contesta Pina Todisco, della Direzione nazionale dell'Usb. Secondo cui l'accordo lascerebbe allo sbando anche e soprattutto le categorie fragili. Tra le previsioni più rilevanti ci sono l'accesso al lavoro agile per almeno il 50% del personale addetto alle attività smartabili, anche attraverso il ricorso a prestazioni in parte in ufficio ed in parte da remoto nella stessa giornata e la parità di trattamento tra lavoratori on site e lavoratori agili. "Durante il lockdown abbiamo vissuto dei momenti drammatici in tantissimi uffici giudiziari, perché tanti dirigenti, pur di non assumersi responsabilità hanno costretto i lavoratori a stare in ufficio - spiega Todisco.
Quello sottoscritto mercoledì è un accordo fumoso, senza alcun obbligo, per i dirigenti, di concedere lo smart working. E ciò vuol dire che è come se non lo avessimo fatto per niente". A pesare anche le "gravi carenze" ministeriali, ovvero un'arretratezza tecnologica che, di fatto, rende smartabile ben poca parte del lavoro.
E ciò "nonostante le ingenti somme spese per la digitalizzazione degli uffici", continua la sindacalista. Durante gli incontri al Dipartimento dell'organizzazione giudiziaria l'Usb aveva chiesto maggiori garanzie per i lavoratori fragili, a prescindere dal ruolo, garantendo loro l'accesso a prescindere allo smart working. "Ma l'amministrazione è prona alle lamentele degli avvocati - contesta Todisco.
Noi non abbiamo potere contrattuale e siamo in balia delle onde. Il tutto mentre ogni giorno ci sono casi di chiusura degli uffici, sanificazioni, quarantene". L'accordo sarebbe, dunque, "solo un'operazione di facciata", pieno di incongruenze, come l'obbligo, per i lavoratori, di presentare richiesta entro cinque giorni dalla firma di tale documento, mentre gli uffici ne hanno a disposizione 10 per individuare i lavori eseguibili da remoto.
E ciò mentre non vengono riconosciuti, ai lavoratori fuori dagli uffici, i buoni pasto o risarcimenti per le spese di connessione. "Un fritto misto tra smart working e telelavoro" in un contesto di sofferenza: su un fabbisogno di 44mila dipendenti, l'amministrazione ne conta infatti attualmente solo 32mila. Ma non solo, l'altro problema è la catena di comando: "Siamo ostaggio della magistratura - accusa Todisco - ogni provvedimento viene calato sulle loro esigenze. L'organizzazione del lavoro dipende da loro, che firmano i nostri contratti dentro al ministero. E così facciamo da schiavi, lasciando sguarniti gli uffici per fare le loro ricerche o esaudire altre richieste. Poi ci si chiede perché sentenze e provvedimenti dei giudici rimangono fermi".
A firmare l'accordo, ma con riserva, sono stati Cgil, Cisl e Uil, che lamentano la "deliberata ed immotivata" esclusione dalle attività smartabili quelle degli ufficiali giudiziari e degli uffici Nep (notificazioni, esecuzioni e protesti).
"Tale circostanza, oltre ad esporre oltremisura questi lavoratori al rischio di contagio - si legge in una nota delle tre sigle - conferma la volontà dell'amministrazione di mortificare questo importante settore dell'amministrazione giudiziaria come dimostra la mancata attuazione dell'articolo 492 bis cpc (ricerca con modalità telematiche dei beni da pignorare, ndr) e la mancata realizzazione del progetto tablet con la esclusione degli uffici Nep dal processo di digitalizzazione degli uffici giudiziari".










