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di Marco Damilano

Il Domani, 10 settembre 2025

È nato il 10 settembre 1945 a Pieve di Cadore, ha la stessa età della nostra democrazia. Appartiene alla generazione del Concilio e della Repubblica. La migliore gioventù cattolica, sulla frontiera tra la disubbidienza e la fedeltà. “Studiavo per diventare prete nel seminario per vocazioni adulte di Rivoli, ma avevo già il mio gruppo da seguire, non potevo lasciarli soli. Tutte le notti uscivo di nascosto da una finestra, un amico mi aspettava giù con la motoretta per portarmi a Torino. Alle sei del mattino tornavo ed ero pronto per la messa. Una mattina, al ritorno, si accendono le luci nel corridoio e mi ritrovo davanti il rettore. Avevo ritagliato una sagoma di cartone illuminata dall’abat-jour per far vedere dalla porta a vetri che ero in camera a studiare. Pensavo a una punizione, invece lui mi disse: “Va bene, continua a raggiungere il tuo gruppo, ma non in moto, è pericoloso”.

Ci sono state risate e lacrime, qualche giorno fa, quando don Luigi Ciotti ha raccontato come divenne prete, nella piazza di Castelguidone, comune di trecento abitanti al confine tra Abruzzo e Molise. Alla fine è spuntata la torta, un regalo di don Alberto Conti, parroco e infaticabile animatore del territorio con la scuola di legalità Paolo Borsellino, a festeggiare c’era l’amica Rosy Bindi. Sopra c’era un disegno con le scritte Vangelo e Costituzione: le stelle polari della sua vita.

Don Pio Luigi Ciotti è nato il 10 settembre 1945 a Pieve di Cadore, compie oggi 80 anni, la stessa età della nostra democrazia. Non ha mai perso il ciuffo ribelle, il viso del ragazzo stupito dalla vita, la passione per gli altri che ti rivolta le viscere e che ha guidato le sue scelte. Papà muratore, mamma casalinga, la famiglia trasferita nella città della Fiat per lavorare, doveva diventare tecnico radiofonico ma incontrò un senzatetto, un medico in disgrazia. “Mi ha cambiato la vita”.

Il cardinale Michele Pellegrino, l’arcivescovo di Torino della lettera “Camminare insieme” negli anni Settanta, al momento dell’ordinazione sacerdotale gli affidò una missione: “La tua parrocchia sarà la strada”. Quella che per i benpensanti era la cattiva strada, dove però “c’è amore un po’ per tutti”, come cantava in quegli anni De André.

Sessant’anni fa, nel 1965, ha fondato il gruppo Abele, quando di droghe e tossicodipendenze non parlava nessuno, i dannati morivano senza dare scandalo ai borghesi, fino a quando l’eroina non entrò nelle loro case. Trent’anni fa l’associazione “Libera”, il 26 marzo 1995, un anno dopo con un milione di firme portò all’approvazione della legge 106/96 sul riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati alla mafia, legislazione oggi studiata, imitata (e invidiata) in tutto il mondo. Con Giovanni Falcone, si erano visti a un convegno e il giudice lo aveva invitato a vedersi a Palermo: “Nel fine settimana sono lì”. La mafia arrivò prima.

Il “New Yorker” un anno fa gli ha dedicato un lunghissimo articolo, ha scritto di lui che potrebbe essere scambiato per l’attore inglese Liam Neeson, “ma a differenza di Neeson non dorme mai nello stesso posto per due notti di fila”, lo ha definito “il prete che aiuta le donne della mafia a fuggire”, riferendosi all’assistenza per le donne che abbandonano le famiglie mafiose e cambiano identità. Da più di tre decenni vive sotto scorta, ha sempre insegnato, lui che si definisce “laureato in scienze confuse”, che la lotta alle mafie non è questione di ordine pubblico, ma culturale, educativa, sociale, ancor di più oggi che le mafie sembrano sparite dall’agenda politica e mediatica.

Don Ciotti appartiene alla generazione del Concilio e della Repubblica. La migliore gioventù cattolica, sulla frontiera tra la disubbidienza e la fedeltà, come hanno insegnato don Lorenzo Milani e don Tonino Bello, di cui don Luigi è stato amico. Nel 2014 entrò in una parrocchia romana tenendo per mano papa Francesco, durante il momento pubblico più importante di Libera, la lettura dei nomi delle vittime innocenti delle mafie, la giornata dell’impegno e della memoria ogni anno il 21 marzo, il giorno di primavera.

Una liturgia sacrale, una litania, con i suoi martiri religiosi, don Pino Puglisi, don Peppe Diana, e insieme un rito civile, con i suoi testimoni laici. Una riserva etica, per una Repubblica povera di appartenenze comuni. Una biografia che tiene insieme profezia e riformismo, inteso come cambiamento radicale della realtà, Vangelo e Costituzione. Ho letto a volte la sua stanchezza, quando gli attacchi diventavano intollerabili, e poi subito dopo la sua voce alzarsi ancora, all’improvviso, con gli appunti scritti a mano, per amore del suo popolo. Con l’intransigenza, e con la dolcezza, di un ragazzo che a ottant’anni non smette di essere sulla strada.