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di Andrea Priante

Corriere del Veneto, 23 aprile 2022

Il giudice aveva disposto l’espulsione del detenuto. La Cassazione ribalta la decisione. Un transgender peruviano recluso a Belluno, ha chiesto rimanere in galera in Italia piuttosto che essere rispedito nel Paese d’origine.

Il caso è finito davanti alla Corte di cassazione, che gli ha dato ragione annullando la precedente sentenza che l’avrebbe costretto al rimpatrio, e la dice lunga sulle condizioni in cui sono costretti a vivere i transessuali in alcune aree del mondo.

Il 52enne sta scontando un cumulo di pena per diversi reati compiuti negli ultimi anni in Toscana: furti, rapina e per aver dichiarato false generalità. Tre condanne per un totale di due anni e sette mesi, che sta trascorrendo nel carcere di Belluno, uno dei pochi in Italia a essere dotato di una sezione protetta per omosessuali, e che nel 2007 era finito alla ribalta per essere stato il primo istituto penitenziario a dare la possibilità a coloro che già assumono i farmaci per il cambio di sesso, di continuare la cura anche in cella.

Ma proprio dalla prigione di Belluno, con il suo avvocato Mario Mazzoccoli, il 52enne ha combattuto contro la decisione del magistrato di sorveglianza di Venezia che lo scorso anno aveva disposto la sua immediata espulsione “quale sanzione alternativa alla detenzione”. Si tratta di un provvedimento previsto dalla legge per ridurre il sovraffollamento delle carceri.

La decisione era stata confermata l’8 giugno del 2021 dal Tribunale di sorveglianza, al quale si era rivolto sostenendo che, quando ancora viveva in Perù, era stato perseguitato per il proprio orientamento sessuale, e che rimpatriarlo avrebbe significato consegnarlo a uno Stato “incapace di fornire adeguata tutela alle vittime di violenti atti discriminatori”. Preferisce finire di scontare la sua pena in prigione, piuttosto che rischiare la vita in Perù.

Il 52enne peruviano sta scontando due anni e sette mesi. I magistrati veneziani avevano respinto la sua istanza. “I fatti narrati dal detenuto avevano sentenziato - relativi alle violenze subite (...) nel paese di origine che gli hanno provocato lesioni anche permanenti, non sono posti in dubbio”, come non contestavano il fatto che quelle vessazioni “sono l’esito di condotte individuali che hanno fondamento in una cultura omofoba certamente diffusa”.

Ma timori era la tesi del tribunale di sorveglianza di Venezia - quelle discriminazioni “non sono l’esito di previsioni legislative collegate all’orientamento sessuale”. Tradotto: il Perù non può essere definito un Paese che, con le proprie leggi, penalizza un transgender. Semmai a farlo sono solo “alcuni settori della popolazione”.

Il detenuto ha ricorso in Cassazione, ribadendo i suoi in caso di rimpatrio. E stavolta gli è stata data ragione: la Suprema corte sostiene che il Tribunale di sorveglianza si è “limitato a rilevare che non vi è prova della provenienza istituzionale della persecuzione” senza però accertare quale sia la situazione di fatto, anche alla luce di quanto sostengono le associazioni internazionali di tutela dei diritti umani in merito alle difficoltà di vita delle persone transgender in Perù. La Cassazione ha quindi rispedito il caso a Venezia per un nuovo giudizio.

“Si crede che in Sudamerica la transessualità sia accettata - spiega l’avvocato Mazzoccoli - in realtà la legislazione non riesce a contrastare le persecuzioni. Questa vicenda rivela la disperazione di chi preferisce il carcere pur di non rinunciare alla speranza di un futuro migliore e lontano dalle discriminazioni”.