di Rino Giacalone
La Stampa, 11 dicembre 2024
Ma non riprendono servizio: hanno l’interdizione dai pubblici uffici. Il Tribunale del Riesame ha cancellato l’accusa per il reato di tortura, e così sono tornati liberi gli undici agenti della polizia penitenziaria in servizio presso il carcere “Pietro Cerulli”: hanno lasciato i domiciliari, ma non tornano in servizio, i giudici hanno applicato una diversa misura cautelare, l’interdizione dai pubblici uffici, rispetto agli altri reati contestati, abuso di potere, maltrattamenti. I giudici del riesame hanno accolto i ricorsi delle difese, quando depositeranno le motivazioni si potrà comprendere meglio e di più sulle ragioni della decisione, ma il caso che ha fatto allungare ombre sinistre sul carcere di Trapani appare tutt’altro che chiuso. Il reato di tortura è venuto meno in quanto per il Tribunale del Riesame manca il requisito della sistematicità della condotta contestata dai pm e riconosciuta sussistere dal gip che così aveva scritto nella sua ordinanza.
È quasi certo che al deposito delle motivazioni la Procura presenterà ricorso in Cassazione, ma frattanto le indagini proseguono, ci sono 50 iscritti nel registro degli indagati, molti anche per omessa denuncia, cioè c’era chi sapeva cosa accadeva ma non denunciava, o anche per falso, per i rapporti di denuncia infondati contro i detenuti. I contenuti di alcuni interrogatori sembrano confermare quello scenario indicato alla stampa dal procuratore Gabriele Paci: un settore della casa di reclusione trapanese, quello che è diventato per tanti il famigerato “reparto blu”, sarebbe stata una vera e propria “zona franca”, dove norme e comportamenti sarebbero stati calpestati dagli agenti indagati, che talvolta non ci pensavano due volte a calpestare gli stessi detenuti. Non avendo nessuna pietà per quei detenuti che per le loro condizioni di salute, che spesso li portavano a reagire malamente, certamente in carcere non dovevano stare.
“I domiciliari sono stati revocati perché è venuto meno il reato di tortura - spiega un investigatore del nucleo regionale di polizia penitenziaria, tra quelli che hanno condotto le indagini - ma restano in piedi quei reati che confermano azioni violente condotte nei confronti dei detenuti…siamo dinanzi ad un esercizio arbitrario della forza”. Le intercettazioni restano eloquenti. Agenti di polizia penitenziaria che parlavano liberamente dentro quel quadrato di celle del “reparto blu”. L’unico reparto (chiuso da un anno dopo la riconosciuta condizione di inagibilità nel frattempo denunciata dall’associazione “Nessuno tocchi Caino” dopo l’ennesima visita in carcere) sprovvisto di telecamere di controllo. A mettere però microspie e video camere fu la Procura per l’indagine in corso.
Gli agenti parlavano e passavano alle vie di fatto ignari del fatto che c’era chi li ascoltava e vedeva. “Adesso facciamo una squadretta”, l’intento quello di andare a prendere a legnate i detenuti, al limite dello squadrismo di un tempo. Una squadretta punitiva di poliziotti penitenziari, favorevoli all’utilizzo di metodi risoluti e violenti per punire i detenuti colpevoli di mettere in atto azioni di dissenso, o di ribellarsi in qualche modo alla detenzione fuori dalle regole. “Al detenuto gli si devono dare legnate. Anche a Ivrea così facevamo noi, appena toccavano un collega… a sminchiarli proprio”. E ancora: “Facciamoli coricare… Poi quando sono sul letto prendiamoli a secchiate. Acqua? È pisciazza mischiata con l’acqua”. “Ammazziamolo di botte a sto bastardo”.
“Gli ho lasciato la forma dell’anfibio in testa”. “Ora stanotte lo andiamo a sminchiare. Capito perché? Le secchiate d’acqua. Che poi fa caldo, gli facciamo piacere”. E infine: “Non c’è bisogno di scudi e manganelli, troppo bordello. Invece, se lui ci esce le mani, ci mettiamo un bel paio di manette, lenzuolo di sopra per non lasciargli segni compà e lo fracchi: tanto questo è nero e non si vede niente”. Per il gip tutto questo rappresentava la sussistenza di un uso sistematico di “atti di tortura”, per di più in una struttura dove “i detenuti più fragili e vulnerabili” erano trattati come “vite di scarto, ai quali è giusto negare ogni forma di umanità ed empatia”. Per il riesame non è tortura ma solo pestaggi, atti di umiliazione, accuse che meritano una misura cautelare, ma non quella degli arresti domiciliari.









