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tp24.it, 10 agosto 2026

Il problema, ormai, non è più capire se il carcere “Pietro Cerulli” di Trapani abbia delle criticità. Il problema è capire quanto ancora si possa andare avanti così. Nel giro di poche settimane sindacati, avvocati, magistrati e operatori istituzionali sono entrati nella casa circondariale di San Giuliano. E sono usciti raccontando, sostanzialmente, la stessa cosa. Celle sovraffollate. Muffa. Caldo soffocante. Acqua marrone o giallastra dai rubinetti. Carenza di personale. Pochissima assistenza sanitaria. Detenuti chiusi anche venti ore al giorno. Attività rieducative ridotte al minimo.

 Adesso il presidente della Camera Penale di Trapani, Agatino Scaringi, usa parole ancora più nette: nel carcere trapanese, e in particolare nel reparto “Mediterraneo”, c’è una situazione tale da rendere necessaria la chiusura. “C’è un carcere da chiudere”, è la sintesi. E non è una metafora. Al Cerulli 570 detenuti per circa 480 posti utilizzabili Secondo i dati raccolti dalla Camera Penale durante l’ultima visita, nel carcere di Trapani ci sono circa 570 detenuti, a fronte di una capienza effettivamente utilizzabile di circa 480 posti. Novanta persone in più. Tra i detenuti ci sono circa 120 stranieri, ma mancano mediatori culturali in numero adeguato. Un problema non secondario quando si tratta di comprendere regole, comunicare necessità sanitarie, parlare con gli avvocati e, semplicemente, riuscire a far valere i propri diritti. Il sovraffollamento si concentra soprattutto nel reparto che ormai compare in ogni relazione sul Cerulli: il “Mediterraneo”.

Nel reparto Mediterraneo celle con quattro o cinque letti Qui molte celle ospitano quattro o cinque persone. Secondo i penalisti, gli spazi disponibili in diversi casi non garantirebbero neppure il parametro minimo di tre metri quadrati calpestabili per detenuto. Non è una questione astratta. Diversi reclusi avrebbero già ottenuto risarcimenti proprio per essere stati detenuti in condizioni considerate non conformi agli standard previsti. Poi c’è l’acqua. Dai rubinetti, denunciano gli avvocati, esce acqua marrone. Una circostanza che era già emersa durante le precedenti visite, quando era stata descritta acqua di colore giallastro, insieme a celle con acqua sul pavimento, muffa, ruggine, scarsa illuminazione e condizioni igieniche compromesse. Insomma, cambia leggermente la tonalità dell’acqua. Non cambia il problema.

Venti ore al giorno chiusi nelle celle Nel “Mediterraneo” molti detenuti trascorrono fino a venti ore al giorno nelle celle. Le ore all’aperto sarebbero concentrate in due fasce, dalle 9 alle 11 e dalle 13 alle 15. Che in piena estate, con temperature elevatissime, non sono esattamente gli orari più invitanti per stare all’aria aperta. Non ci sono spazi comuni adeguati, manca una palestra e le attività formative, lavorative e di socializzazione sono molto limitate. Ad agosto la situazione diventa ancora più pesante, perché numerose attività vengono sospese o ridotte. La conseguenza è che la funzione rieducativa della pena prevista dall’articolo 27 della Costituzione rischia di rimanere scritta soltanto sulla carta. La Costituzione dice che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Dentro certe celle del Cerulli, raccontano le delegazioni che le hanno visitate, quel principio appare parecchio lontano. Sanità, “si interviene sull’emergenza, non sulla prevenzione” Altro capitolo è quello dell’assistenza sanitaria. Le criticità segnalate riguardano la presenza insufficiente di medici, psichiatri e personale sanitario. Nelle precedenti visite era stato inoltre denunciato il cattivo funzionamento del Serd, il servizio che segue le persone con problemi di dipendenza. La sensazione riferita dagli operatori è quella di un sistema che riesce principalmente a intervenire sulle emergenze, mentre fatica a garantire prevenzione e continuità dell’assistenza. Un problema enorme in una struttura che ospita centinaia di persone, molte delle quali con patologie fisiche, dipendenze o fragilità psichiatriche.

Tre salette per i colloqui con gli avvocati - Ci sono poi le condizioni nelle quali viene esercitato il diritto di difesa. Per circa 570 detenuti il carcere dispone, secondo quanto rilevato dalla Camera Penale, di appena tre salette per i colloqui con gli avvocati. A gestire il flusso sarebbe destinata una sola unità di personale. Una situazione che determina attese e difficoltà organizzative e che, sottolineano i penalisti, finisce per incidere concretamente sulla possibilità dei detenuti di confrontarsi con i propri difensori. Tra le persone recluse, inoltre, più di 60 sarebbero ancora in attesa del primo giudizio. Per la Camera Penale è un dato sul quale riflettere, perché la custodia cautelare in carcere dovrebbe rappresentare l’extrema ratio.