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tp24.it, 4 novembre 2026

La protesta al “Pietro Cerulli” è rientrata, ma le questioni sollevate dai detenuti restano tutte sul tavolo. Sovraffollamento, carenza d’acqua, condizioni strutturali del reparto “Mediterraneo” e, adesso, anche la preoccupazione delle famiglie che da giorni lamentano di non riuscire ad avere notizie dei propri cari. La Casa circondariale “Pietro Cerulli” di Trapani torna di nuovo al centro delle cronache, dopo i momenti di forte tensione di venerdì 30 ottobre, quando circa sessanta detenuti, secondo le informazioni raccolte dall’associazione “Quei Bravi Ragazzi Family”, hanno partecipato alla protesta all’interno del reparto Mediterraneo.

Una vicenda che ha richiesto l’intervento della Polizia penitenziaria e l’arrivo di rinforzi da altre sedi. Durante la mobilitazione sarebbero stati danneggiati cancelli, porte e parti della struttura. I detenuti, attraverso alcuni video diffusi sui social, avevano denunciato la mancanza d’acqua e il sovraffollamento, indicando condizioni di vita diventate difficili da sostenere. 

Secondo le informazioni successivamente raccolte, non si sarebbero registrati feriti e alcuni detenuti individuati come promotori della protesta sarebbero stati trasferiti. Ma all’emergenza interna si è aggiunta quella delle famiglie. Mogli e madri, riferisce Nadia Di Rocco, presidente dell’associazione “Quei Bravi Ragazzi Family”, non avrebbero più avuto contatti con i propri congiunti dal giorno della protesta. Il deputato regionale Dem Dario Safina si è attivato attraverso l’associazione per acquisire informazioni sulle condizioni dei detenuti.

“Ringrazio Dario Safina per aver ascoltato le famiglie e per essersi attivato davanti a una situazione di grande sofferenza. Le informazioni ricevute rappresentano un primo elemento di rassicurazione, ma non bastano a cancellare l’angoscia di chi da giorni non riesce a sentire la voce dei propri cari”, dichiara Di Rocco.

Da qui l’appello all’amministrazione penitenziaria: “Concedete ai detenuti la possibilità di effettuare una telefonata alle proprie famiglie. Una moglie, una madre, un figlio hanno bisogno di sentire che il proprio caro sta bene. Non chiediamo privilegi, ma un gesto di umanità”. L’associazione ha riferito di essersi rivolta anche alla Garante comunale dei detenuti e al Garante regionale Antonino De Lisi, chiedendo chiarimenti sulle persone coinvolte e sulle conseguenze della protesta.

La Garante Comunale un punto di riferimento per le famiglie - Proprio sulla necessità di rafforzare gli strumenti di tutela é intervenuta l’avvocata Vitalba Alessandra, Garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale del Comune di Trapani. La protesta del 30 ottobre diventa l’occasione per ricordare alle persone detenute e ai loro familiari che esiste un organo istituzionale al quale rivolgersi per segnalare situazioni di disagio e possibili violazioni dei diritti. Il Garante ha il compito di promuovere e tutelare i diritti fondamentali delle persone private della libertà personale, ascoltare le segnalazioni, svolgere colloqui con i detenuti, monitorare le condizioni di detenzione e rappresentare alle amministrazioni e alle autorità competenti le criticità riscontrate. Un’attività che, nonostante il recente insediamento, è già stata avviata attraverso indagini conoscitive e accessi alla struttura penitenziaria, anche con l’obiettivo di raccogliere direttamente le testimonianze delle persone detenute. La Garante precisa che le iniziative erano state avviate già prima degli ultimi disordini e che proseguiranno per portare all’attenzione degli enti competenti le problematiche emerse.

Sul tema era già intervenuta anche Francesca Di Caro, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Erice. La Garante aveva richiamato l’attenzione sulla necessità di rafforzare il dialogo con i detenuti, soprattutto nel reparto Mediterraneo, dove si sono verificati i disordini. È stato inoltre istituito un indirizzo di posta elettronica dedicato: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Attraverso questo canale le persone detenute, i familiari e chiunque abbia interesse potranno trasmettere richieste e segnalazioni.

“Ogni segnalazione sarà esaminata con attenzione. Ove rientri nelle funzioni del Garante, sarà rappresentata alle amministrazioni e alle autorità competenti. L’obiettivo è assicurare alle persone detenute e alle loro famiglie un punto di ascolto e un tramite istituzionale effettivo, nel pieno rispetto delle competenze di ciascun soggetto coinvolto”, dichiara l’avvocata Alessandra.

C’è anche un aspetto istituzionale da chiarire: la Casa circondariale Pietro Cerulli ricade territorialmente nel Comune di Erice. Per questo motivo operano, ciascuno secondo le proprie attribuzioni, sia il Garante di Erice sia quello di Trapani, in un rapporto di collaborazione con il Garante regionale. Sul caso è intervenuto anche il sindaco di Trapani, Giacomo Tranchida, che riferisce di avere avviato interlocuzioni con la direttrice della Casa circondariale, dopo avere raccolto le preoccupazioni delle associazioni che tutelano i detenuti e dei sindacati della Polizia penitenziaria. Il primo cittadino dichiara di avere ricevuto rassicurazioni sulle condizioni di salute dei detenuti e sui controlli sanitari effettuati sull’acqua. Tranchida ha inoltre coinvolto la sindaca di Erice, chiedendo di responsabilizzare il gestore idrico Siciliacque affinché intensifichi i controlli e la vigilanza sulle caratteristiche chimiche dell’acqua fornita alla struttura penitenziaria e al territorio circostante.

“Su tali criticità, non nuove, la sindaca aveva già avviato appositi tavoli tecnici e continua a monitorarne gli sviluppi”, riferisce Tranchida. Il sindaco pone però l’accento soprattutto sulla questione del sovraffollamento, definendola una criticità generale sempre più grave, che compromette la sicurezza e la vivibilità degli ambienti sia per i detenuti sia per il personale chiamato a garantire la vigilanza. A entrambi, e alle rispettive famiglie, Tranchida esprime solidarietà, assicurando il mantenimento di un monitoraggio istituzionale e sociale.

I numeri di un carcere sotto pressione - I dati restituiscono la dimensione del problema. Secondo le rilevazioni riferite a settembre 2026, il Pietro Cerulli ospitava 581 detenuti a fronte di 555 posti regolamentari. Di questi, però, 76 risultavano non disponibili: i posti effettivamente utilizzabili erano dunque 479. Il tasso di affollamento reale raggiungeva così il 121,3%. Non è soltanto una questione di spazi. Anche gli organici risultano in sofferenza. I dati del Ministero della Giustizia aggiornati ad agosto indicano 258 agenti di Polizia penitenziaria in servizio rispetto ai 308 previsti, con una carenza di 50 unità. Gli educatori presenti erano sei rispetto ai sette previsti. Numeri che aiutano a comprendere la complessità della gestione quotidiana di un istituto che deve garantire contemporaneamente sicurezza, assistenza, diritti e percorsi di reinserimento.

Le criticità del reparto Mediterraneo, del resto, non sono nuove. Già durante una visita effettuata nell’agosto scorso, la Camera penale di Trapani aveva segnalato problemi nell’erogazione dell’acqua, negli impianti elettrici e nelle condizioni igienico-strutturali, arrivando a chiedere la chiusura del reparto. Sul “Pietro Cerulli” pesa inoltre l’inchiesta relativa ai presunti episodi di violenza nella sezione Blu, per la quale è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari a trenta appartenenti alla Polizia penitenziaria. La protesta del 30 ottobre ha riportato alla luce una situazione che da tempo viene segnalata da più soggetti: detenuti, avvocati, sindacati e associazioni. Adesso la richiesta è che alle rassicurazioni seguano interventi concreti. Perché un carcere non può essere soltanto un luogo da presidiare quando esplode una protesta. Deve essere anche uno spazio nel quale siano garantite condizioni dignitose di detenzione, tutela della salute, sicurezza per gli operatori e rispetto dei diritti delle persone.