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di Irene Carmina

La Repubblica, 21 novembre 2024

“Ciò che è accaduto nel carcere di Trapani non è un caso: è il risultato di una propaganda al veleno fatta ogni giorno dalle istituzioni, che alimenta un clima di odio nei confronti di chi sta scontando una pena”. Pino Apprendi, garante dei detenuti di Palermo, commenta così la notizia dei 46 agenti di polizia penitenziaria indagati per tortura a danno di un gruppo di detenuti del Cerulli. “Sono sgomento, è ora di invertire la rotta e di smettere di credere alla storiella dei detenuti caduti dalle scale: dietro un braccio rotto o un livido in faccia, quasi sempre, c’è un atto di violenza”.

Perché accadono fatti del genere?

“Chieda a Delmastro. Secondo lei è normale che un sottosegretario alla Giustizia, riferendosi ai detenuti, usi la frase “non lasciamoli respirare”? Parole così legittimano la violenza, acuiscono l’odio, giustificano un sistema carcerario malato in cui il detenuto è visto come uno scarto della società che vive in condizioni disumane di sovraffollamento, di mancanza di tutela della salute e di affettività. E, in tutto ciò, la sola cosa che il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, è riuscito a fare è parlare di un nucleo speciale antisommossa. La strada indicata dal governo è la repressione, non la riabilitazione”.

Lei conosce le carceri siciliane da dentro. Quanto è frequente l’uso della violenza nei penitenziari?

“Abbastanza da riguardare tutte le carceri italiane, non solo quelle siciliane, specie nelle zone senza telecamere. L’eccezione non è la violenza in carcere, semmai il fatto lodevole che ci sia un’indagine in corso. Il problema è che la formazione della polizia penitenziaria si basa su principi punitivi. Così, basta uno sguardo per suscitare reazioni violente e spropositate. Ai detenuti non è concesso rivendicare i propri diritti in carcere: sono invisibili e devono tacere. Per fortuna, generalizzare è sempre sbagliato e ci sono agenti di polizia penitenziaria che si comportano in modo esemplare. Come le agenti donne del reparto femminile del Pagliarelli”.

Nel caso di Trapani, i detenuti non sono rimasti in silenzio: hanno denunciato...

“Denunciare è l’unica via per estirpare dal carcere le condotte deviate. Esorto sempre i detenuti a parlare, durante i colloqui che svolgo con loro quasi quotidianamente all’Ucciardone e al Pagliarelli. Se c’è una notizia di reato, denuncio. È un obbligo di legge e un dovere morale”.

L’ultima volta che ha denunciato un caso di violenza in carcere?

“Di recente, dopo una visita all’Ucciardone con Ilaria Cucchi”.

È stato anche al carcere di Trapani?

“Lo conosco bene, ci andavo quando ero presidente di “Antigone”. Mi colpì il degrado e la fatiscenza della struttura: nelle celle di isolamento non c’era pavimentazione, ma terra battuta e, vicino al gabinetto, un buco da cui uscivano i topi. Ma vennero fatti degli interventi e sistemarono le celle. Certo è che vivere nel degrado non aiuta a stabilire un clima sereno. Il carcere è un inferno”.

Lo è anche per gli agenti di polizia penitenziaria?

“Sicuramente, ci vorrebbe maggiore attenzione anche nei loro confronti. La polizia penitenziaria è sottodimensionata e sottorganico. All’Ucciardone, ad esempio, manca il venti per cento dell’organico. Pensi a un agente che ha che fare con una sezione di tre piani di notte. Non è facile. Non a caso, i suicidi in carcere riguardano sia i detenuti che gli agenti in servizio”.

Intravede soluzioni?

“Ripensare il sistema carcerario, puntando sulla riabilitazione. Riconoscere i diritti dei detenuti, a partire da quello alla salute che è di fatto calpestato. Garantire l’affettività che è spesso ciò che tiene in vita i detenuti. Pene alternative ai tossicodipendenti, che non traggono alcun beneficio del carcere. E formare correttamente gli agenti di polizia penitenziaria. Se ciò non avverrà, tra pochi anni i detenuti da 62mila diventeranno 65mila e le morti sospette in carcere continueranno ad aumentare”.