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di Rino Giacalone

La Sicilia, 27 ottobre 2026

L’indagine della procura su episodi violenti che sarebbero avvenuti all’interno della casa di reclusione “Pietro Cerulli”, è arrivata alla fine. Notificato agli indagati l’avviso di conclusione indagini, destinatari 31 agenti della penitenziaria (uno nel frattempo è deceduto). Sedici i capi di imputazione. Non c’è la tortura, contestata inizialmente da procura e gip, ma per gli indagati non c’è tanto da esultare. Le carte dell’accusa restano per gli indagati in divisa parecchio pesanti: si va dall’abuso di potere ai maltrattamenti, dalla calunnia al falso. Otto le parti offese, detenuti italiani e stranieri. “Scena del crimine” in particolare la sezione carceraria usata per mettere in isolamento i detenuti, il cosiddetto “reparto blu”.

Una indagine cominciata nel 2011 e proseguita con le video riprese segrete fino al 2023, dopo la denuncia di un detenuto e le indagini condotte anche con intercettazioni dal nucleo centrale investigativo polizia penitenziaria.

Una sezione del carcere che non era video controllata, ma gli agenti che vi operavano erano ignari che la magistratura aveva fatto collocare al nucleo centrale investigativo della penitenziaria, telecamere per riprendere cosa accadeva. Le immagini e le voci intercettate costituiscono con le denunce lo zoccolo duro di questa indagine. Non erano torture, come fu inizialmente ipotizzato dai pm e dal gip, ma sarebbero stati abuso di autorità, applicazione della di misure di rigore fuori legge e maltrattamenti: sono state così configurate dalla magistratura le azioni finite filmate e registrate. “Azioni tese a offendere la dignità umana” così sono state indicate dal pm nel suo provvedimento di chiusura delle indagini.

Detenuti che venivano fatti spogliare, colpiti con lanci di acqua e forse anche urina. Costretti a percorrere nudi per i corridoi. Colpiti con pugni alla nuca o calci agli stinchi. E se le telecamere non riuscivano a riprendere alcuni episodi, a raccontarli era la voce stessa degli indagati nel frattempo intercettati: “..minchia la forma mia dell’anfibio ha in testa… si dovrebbero fare ogni minuto queste cose, non ogni morte di papa… i colleghi erano tutti incuttumati a combattere con lui, e lui è da dicembre che rompe i coglioni, minchia hanno trovato l’occasione, l’hanno massacrato!”.

Spesso soggetti fragili, uno di loro sarebbe stato oggetto di violenza anche mentre era ricoverato in ospedale, da parte degli agenti che lo dovevano vigilare. Gli agenti indagati “si inventavano situazioni inesistenti…hanno sottoscritto denunce di reato (da qui le accuse di calunnia), palesando aggressioni subite o comportamenti illeciti”.

I detenuti “senza aver fatto nulla venivano malmenati…violenze gratuite e sproporzionate sono state messe in atto”. Sarebbe stata organizzata una sorta di “squadra punitiva”, agenti contro detenuti. Reclusi da punire perché magari avevano reagito a qualche agente: “Ora vediamo chi c’è di capoposto… e lo andiamo a sminchiare a questo.. questa notte. Capito? Secondo me ci vorrebbe una squadretta di sei persone.. gli si devono dare legnate… i colleghi non si toccano, a Ivrea cosi facevamo noi, appena toccavano un collega”.

Nelle frasi anche minacce di ritorsioni anche per altri: “Appena i dottori si mettono in mezzo, sminchi pure il dottore, perché sono una manata di handicappati”. Dannato “reparto blu”. All’epoca dell’esecuzione delle misure cautelari, nel novembre 2024, il procuratore Gabriele Paci lo indicò come una sorta di “lager”, “una zona franca - disse - dove tutto quello che di peggio si poteva fare veniva fatto”. Un reparto, composto da 20 celle, di due metri per quattro, con strette finestre, 50 centimetri per 40, poste a 25 centimetri dal soffitto. All’esplodere dell’indagine, si scoprì che il settore era stato chiuso da alcuni mesi, perché inadatto sia per i detenuti che per gli agenti, a causa delle sue fatiscenti condizioni strutturali. Chiuso lo è ancora.