di Carlo Bonini
La Repubblica, 23 ottobre 2022
Musica, coltelli, faide. Da Milano a Roma, le baby gang si sono prese le città. “Ho tutto quello che ti può servire”. Con un messaggio su Instagram la donna del trapper lo tradisce, vuole vendetta “per le umiliazioni subite”.
E allora contatta l’amico fraterno del capo dei rivali e lo ‘vende’: “Vi dico dove potete trovarlo”. Così ‘gli altri’ si organizzano. È la notte del 16 giugno scorso e parte la spedizione punitiva. Sanno che Simba La Rue è in via Aldo Moro a Treviolo, Bergamo, a quell’ora, sotto casa della sua fidanzata. Sono incappucciati, lo colgono di sorpresa.
Botte e dieci coltellate: 40 giorni di prognosi, sangue, grida. Poi la fuga. “Hai visto quel marocchino di m.... sono stato io sono stato io, ho paura di averlo ucciso” dice uno di loro in macchina. È “Bode”, le mani ancora rosse. Dai dissidi sui social alla violenza di strada, la faida nel mondo dei trapper ha fatto l’ennesimo salto di qualità. Simba La Rue e Baby Gang da una parte, a Milano e dintorni, e Baby Touché e i suoi dall’altra, “quelli di Padova”. C’è la fidanzata complice, l’attrice hard Bibi Santi. Sembra una sceneggiatura. Ma è guerra di strada.
La faida - Il sottofondo è un impasto di musica e social, soldi e lusso sfrontato da esibire. Ma lo scenario per cui balzano alle cronache i trapper è diventato invece la violenza. Le pistole e i coltelli, e quindi gli arresti, la droga, la criminalità di strada. Nell’ultimo anno questo mondo sta facendo parlare di sé più nelle aule di giustizia che per meriti discografici. E la Lombardia è l’ombelico di questo fenomeno giovanile che mischia i “dissing” su TikTok alle faide per strada che finiscono nel sangue.
Il 7 ottobre gli aggressori di “Speedy” Simba vengono arrestati dai carabinieri di Bergamo. Inclusa Bibi Santi, che in realtà si chiama Barbara Boscali, ha 31 anni, un figlio, ed è complice del raid. È lei stessa ad ammetterlo ai militari: “Pensavo lo avrebbero solo bullizzato con un paio di schiaffi”. E ancora: “A Samir dicevo: vediamo se anche con gli uomini fa il figo come fa con me”. In manette anche il fratello di Baby Touché: “Ha fatto quello che ha fatto, noi abbiamo fatto quello che abbiamo fatto, così finisce di rompere il ca...”.
A sferrare le coltellate è Younnes Foudad, il “Cammello”, 30 anni, nato in Marocco e in Italia senza fissa dimora. “Ho visto un video sul telefono di Younnes in cui si sentiva urlare la fidanzata di Simba, diceva: no la pistola no”, mette agli atti una del gruppo. Leggiamo ancora: “Avevano fatto quel video per dimostrare quello che avevano fatto così come era stato girato il video sul rapimento di Baby Touché”. Perché bisogna tornare a una settimana prima per trovare il senso della rivalsa che scatena questi fatti.
La storia viene pubblicata su Instagram il 9 giugno 2022. Touché è in auto, seduto sul sedile posteriore: ha il volto insanguinato, il naso gonfio e i capelli spettinati. Si sente la voce di Simba: “Dov’è il gangster che sei? Dov’è la tua sicurezza?”. Gli arriva uno schiaffo, gli altri ridono, 35 secondi ripresi con il cellulare e diffusi attraverso il profilo “Simba la_ruee”. Il ragazzo era stato accerchiato nei pressi di via Boifava a Milano, colpito a calci e pugni e caricato su una Mercedes Classe A.
Touché verrà liberato in un paese del lecchese, dopo la gogna in diretta. “Un tratto essenziale delle azioni di questi gruppi - scriverà il gip - è contraddistinta dalla spettacolarizzazione delle stesse, prima esaltate nei brani musicali e poi, quando concretamente avvengono sono riprese, girando dei veri e propri film mediante i cellulari, da chi vi partecipa e diffuse con commenti entusiastici sui social”. Anche se la versione degli arrestati è opposta. “Era tutto uno scherzo, una finzione”, dice invece Simba ai carabinieri nel tentativo di discolparsi.
Lo fa però da un letto d’ospedale, dove si trova per cercare di salvarsi il nervo femorale dopo aver preso dieci coltellate. È questo video infatti che costerà al rapper - oltre a un processo per sequestro di persona e rapina - anche la vendetta, con la complicità della sua donna. Ma intanto anche i padovani sanno di averla fatta grossa. “Nessuno di noi vuole una madre che piange”, dirà Baby Touché (non indagato). E ai carabinieri anche lui proverà a riproporre la pantomima dello scherzo organizzato con Simba per far crescere i follower e far parlare di loro sui social. Perché la violenza, poi, conta perché va mostrata sui social.
Sassi a san Siro - I riflettori pubblici sul mondo dei ‘trapper gangster’ si accendono due primavere fa. Bisogna tornare al 10 aprile 2021, un sabato. Tra piazzale Selinunte e via Micene, a San Siro ma nella parte più scura del lusso delle case dei calciatori, un gruppo di giovanissimi si raduna per girare un video musicale e finisce per prendere a sassate le camionette della polizia arrivate a disperderli, siamo ancora in emergenza Covid e nelle strade c’è il divieto di assembramenti. Il video clip è di Amine Ez Zaaraoui, appena ventenne, in arte “Neima Ezza”, in piazza c’è anche Zaccaria Mouhib, stessa età, meglio noto come “Baby Gang”.
Succede tutto in pochi minuti: dai palazzi chiamano il 112, arrivano le forze dell’ordine ma la massa resta lì, non si disperde, continua a girare immagini. “Se arrivano gli sbirri, nessuno scappa”, incita Baby Gang sui social. Parte una sassaiola, tornano indietro lacrimogeni, è guerriglia urbana. In 14 vengono denunciati, ma il salto è stato fatto. E Milano ha scoperto ufficialmente l’esistenza di questi giovani trapper e il loro seguito.
Disordini in piazza Selinunte a Milano con 300 ragazzi: l’intervento della polizia - I fatti di piazzale Selinunte scoperchiano il vaso di pandora su un mondo. Ma quella realtà era già sotto gli occhi di tutti: su TikTok e Instagram questi trapper già allora avevano una base di pubblico solida, ragazzi affascinati dal mito del cantante ‘autentico’, rissoso, che fa quello che mette in rima. Droga, armi e guanti di sfida che portano alla violenza. Alla faida di strada. La più nota e cruenta passata dalle parole ai fatti è quella tra il gruppo di Baby Gang e di Simba La Rue contro quello di Baby Touché, al secolo Mohamed Amine Amagour: giovanissimo rapper di Padova, anche lui di origini marocchine.
Per riavvolgere il filo è necessario tornare allo scorso 29 luglio, quando vengono arrestate nove persone legate al rapimento del video e a un altro caso di violenza. Con questa operazione coordinata dalla procura di Milano, si scopre così che la faida è iniziata almeno cinque mesi prima. E cioè il 14 febbraio: uno della banda di Simba La Rue viene rapinato e accoltellato nei pressi della stazione di Padova. Diventa subito una questione sui social a colpi di stories, in un crescendo di minacce: “Lo avete accoltellato da dietro nel polpaccio (...) questo è il vostro massimo”, scrivono quelli di Simba accompagnando con emoticon di scherno.
La risposta arriva a stretto giro. Il teatro stavolta è Milano. Alle 2.40 del mattino del primo marzo, Akrem Ben Haj Aouina (molto vicino al trapper Baby Touché) e Thomas Calcaterra, assieme ad altre due ragazze, sono in Porta Venezia, vengono intercettati da un gruppetto di ragazzi a volto coperto. Calci, pugni e coltellate. Tra gli arrestati per questo episodio c’è una delle due ragazze, Sara Ben Salha: è lei che fa da esca, viene “incaricata di attirare la vittima Aouina con la scusa di un appuntamento galante - si legge nell’ordinanza - al fine di rendere possibile l’agguato”.
Per comunicare agli amici i suoi spostamenti, condivide la posizione di WhatsApp per otto ore in modo che si possa monitorare per tutta la durata dell’appuntamento. Con tanto di cuffia bluetooth per dare aggiornamenti. La guerra a questo punto è dichiarata: “A Milano se dobbiamo girare, adesso stiamo attenti fra’, perché siamo entrati in una war zone con quelli di Padova”, dicono intercettati due degli arrestati per quell’aggressione. Passa il tempo, il risentimento cova.
Del gruppo di Simba La Rue, fa parte anche Baby Gang. I due da mesi hanno gli occhi addosso di polizia e carabinieri. È la notte tra il 2 per il 3 luglio scorsi, in corso Como, sono fuori dal locale 11Club Room, in 13, due minorenni. Nasce una discussione con due senegalesi, che tirano fuori per primi la pistola. Ma presto la situazione si ribalta. Dal gruppo di Baby Gang cominciano a picchiare selvaggiamente i due: a un certo punto spunta anche un ferro, stavolta vero, che ferirà alla gamba uno degli avversari.
Faida dei trapper a Milano, arrestati Baby Gang e Simba: risse e pistole nel cuore della movida - Baby Gang e Simba La Rue finiscono arrestati assieme ad altri nove per questi fatti. Diranno che i due senegalesi volevano rapinarli e loro si sono solo difesi. Ma intanto si è sparato per strada, con feriti. Finisce dentro anche Tuci Eliado, 32 anni albanese, “il Lupo”, socio di Baby Gang al bar “Smoke One” di Pioltello, suo tour manager, Daspo a pioggia. C’è “Mario” (Marilson Paulo Da Silva), 27 anni, originario della Guinea Bissau, fa il modello ed è il principale manager di Baby Gang, sui social si mostra sempre elegante e con una montatura degli occhiali da intellettuale, indossando abiti di alta moda e taggando i marchi per cui posa. Post intervallati da fotografie di Baby Gang, con rimandi al profilo “No Parla Tanto Records”, la loro etichetta indipendente trap/drill. C’è ancora Chakib Mounir, detto “Malippa”, è anche lui un manager di Baby Gang, così come di Simba La Rue e di un terzo, Escomar. Parla molto Malippa, anche intercettato dai carabinieri della compagnia Duomo: “Sì, ma questi qua - dice intercettato parlando con un’amica - hanno iniziato a sparare addosso a noi! Hai visto, no? Il problema... sai perché nessuno di noi ha sparato un colpo? Perché noi non spariamo in aria, è quella la verità! I nostri ragazzi, se sparano, sparano addosso alla gente”. Andrea Rusta, detto ‘Asap’, è nato in Albania e ha 22 anni. Habitué di serate e concerti degli amici trapper, quella sera ha il gesso al braccio e mena come un ossesso: “Ho tirato veramente il calcio a quelli che vai alle giostre, hai capito? Tipo il punchball per i piedi, così gliel’ho tirato”.
Un mondo lontano dai cliché - Milano è stato il centro di gravità di questa piccola tribù. Le produzioni e lo staff della RM4E (Real Music for Ever) e della sua gemmazione 7Zoo - le etichette di successo della scena locale trap - hanno fatto da collante per la maggior parte di questi ragazzini cresciuti tra autotune e lampeggianti. Diciassette ne ha censiti la Questura milanese nel suo lavoro di approfondimento sul fenomeno: gli analisti di Squadra mobile e Divisione anticrimine hanno compilato le schede lavorando sui dati crudi: 13 denunce per furto, 12 per resistenza, 11 per rapina, armi e lesioni, 9 per minacce, 7 per spaccio e vilipendio, e così via a scendere per un’altra mezza dozzina di reati. Ma lo studio, intitolato “Rapper Crime”, il primo del suo genere in Italia, è andato oltre. Risalendo agli orientamenti religiosi e politici, ai quartieri e alle etnie, alle parole chiave. Scoprendo una realtà parzialmente difforme rispetto ai cliché.
Quello degli italiani di seconda generazione è il primo. I figli di immigrati esistono, così come i ragazzi maghrebini senza la nostra carta d’identità e quelli con cognomi milanesi e romani, brianzoli e padovani. L’appartenenza ideologica, per quanto fluida, è un altro spartiacque. E va in direzione opposta rispetto a quanto si disse e si scrisse, nel gennaio del 2020, dei Gola’s Locos 27, la prima delle crew a finire nelle cronache nere della città. Appartenevano quei ragazzi tutti campionamenti e pistole (finte) a un collettivo con base in via Gola, a pochi passi da un radicato centro sociale, dal glamour dei Navigli e da un grumo di case occupate dove gli abusivi gestiscono ingressi e affitti. Un vago ideale squatter era il punto di saldatura di quelle anime che a Capodanno, per festeggiare, avevano dato fuoco a un enorme falò e assaltato le autopompe dei vigili del fuoco.
I protagonisti di questa saga, così distanti dal centro nei loro alveari a San Siro, guardano invece a destra. Non alla Lega di Matteo Salvini: “vergognoso”, scriveva Sami Abou El Hassan detto “Sacky”, per bocciare un post Matteo Salvini in supporto di Israele. Anzi, ecco gli hashtag di “Neima Ezza” in favore della Palestina, ecco il video di Mattia Barbieri (“Rondo da Sosa”, che ottenne l’onore di un ricevimento ufficiale dal sindaco Beppe Sala) che beve acqua durante il Ramadan. Ma poi anche una canzone di “Keta” (Mohamed Aziz Khemiri) che si fa beffe del mese di digiuno e penitenza: “Non ho mai bevuto, sto fatturando pure, fra’, stando anche seduto”.
E allora, come riferimento ideologico di chi canta soldi e donne facili, arriva lui. Silvio Berlusconi. Eroe di “Baby Gang” che, a tre settimane dal voto, ne fa sui social un santino elettorale: “Gira e rigira il Capo rimane sempre lui quando c’era lui l’Italia era la vera Italia non si può dire nulla a sto uomo votate tutti Silvio Berlusconi”. Con il tag di Forza Italia. E la retromarcia (dopo le polemiche) è un nuovo endorsement: “Non sono qua a fare il pentito né a rimangiarmi le parole ma”, fece sapere il ragazzo, “la roba del (votate Berlusconi Forza Italia) era ironica”. Un ammiccamento (“Non mi metto a fare da cartello pubblicitario a Berlusconi senza che mi dia 1€”) e un nuovo peana: “Rimane sempre il numero uno per me e tante idee politiche le appoggio pure”. Guarda caso quelle sulla giustizia, sulla scarcerazione e pure sull’immigrazione, tanto che Mouhib si è sentito in dovere di rivolgere un messaggio ai suoi connazionali: “Tanti miei compaesani maranza si sono arrabbiati perché ora in Marocco sta girando voce che sono razzista”.
Dal 15 dicembre 2018, esordio in società dei trapper milanesi con il primo video convocato sui social da “Neima Ezza” sotto lo stadio, di strada ne hanno fatto parecchia. Strizzando l’occhio, durante la pandemia, anche ai cortei No Green Pass nel momento di massima espansione, senza però andare oltre un generico ribellismo (“Attacchiamo quella volante”) o l’adolescenziale provocazione (“Andiamo a rubare! Philipp Plein, Gucci!”). Il vero punto di non ritorno è stato il nuovo video girato da Neima Ezza e soci in via Zamagna, la battaglia contro trecento agenti in assetto antisommossa del 10 aprile 2011. La risposta, con le perquisizioni a tappeto in tutta San Siro, una settimana dopo, certificava che lo scontro era aperto.
Da lì, una spirale senza fine. L’assalto collettivo e la sassaiola fuori dalla discoteca Old Fashion del 12 luglio, per punire i buttafuori intransigenti e il rapper rivale Giuseppe Bockarie Consoli detto Laioung. Le rivoltellate tra Kappa 24 - il 33enne Islam Abd El Karim - e l’ex amico Carlo Testa, 8 gennaio 2022. La sparatoria di corso Como del 3 luglio. E in mezzo, un rosario di piccole rapine, di episodi di spaccio, di video turbolenti, fino al tentativo di noleggiare un pullman scoperto per andare in Duomo a far casino: era il 26 maggio 2022, il Milan aveva festeggiato allo stesso modo il suo scudetto, solo tre giorni prima. La Digos se ne accorse in tempo e vietò tutto.
Ma nuovi trapper violenti stanno crescendo in città e dintorni. Da “Nuflex”, arrestato a maggio con 385 grammi di coca e 30 di hashish in casa, a “Jordan Jeffrey Baby” e “Traffik” che il 10 agosto si erano filmati alla stazione di Carnate mentre pestavano un immigrato e gli urlavano contro. “Vogliamo ammazzarti perché sei nero”. Devono rispondere di rapina aggravata da discriminazione razziale. Per ognuno dei diciassette rapper tracciati (Vale Pain, Kero, Kilimoney, Samy, Mister Rizzus, Diablobaby, Zefe) dalla Questura c’è una foto segnaletica, una scheda, un archivio di precedenti. L’album di famiglia dei Rapper Crime.
Bevo solo Makatussin nel bicchiere - Se c’è un filo che lega Milano a Roma non è solo nelle gesta di Traffik, Gianmarco Fagà, 25 anni, che nel 2019 minaccia il dipendente del Burger King in piazzale Flaminio nella capitale (“Il filippino faceva il simpatico, gli ho il tirato un vassoio sui denti”) e poi incassa una denuncia da tre fan che lo accusano di averli picchiati con un tirapugni e rapinati del cellulare dopo un selfie alla stazione Termini. Nella capitale i ragazzi bevono ‘Viola’ al ritmo di trap: gli sciroppi per la tosse a base di codeina allungati con la Sprite o la gazzosa per ottenere una sostanza color viola che rende euforici. La moda Usa delle “Purple drunk” adesso spopola tra i giovanissimi da 16 e i 18 anni che nelle notti di movida si sballano sulla scalea del Tamburino. I 126 gradini che uniscono Trastevere a Monteverde, nel cuore di Roma, ufficialmente sono intitolati alla memoria di Domenico Subiaco, giovane tamburino del I Reggimento fanteria morto per difendere la Repubblica Romana. Per i ragazzi quella è la scalinata di Ketama126 e degli altri componenti della Crew126, un rimando diretto al numero di gradini che compongono la rampa. Perché lì si radunavano anche loro, prima di sfondare.
È stata sufficiente una storia sul profilo Instagram di Ketama126 per trasformarla in un grande punto di raduno per le comitive cittadine. Con i conseguenti problemi di ordine pubblico, specie nell’estate del 2020, subito dopo il primo confinamento. “Bevo solo Makatussin nel bicchiere/ sciroppo cade in basso come l’Md/ io non cado in basso sono ancora in piedi”, recita una strofa di “Sciroppo”, un testo di Sfera Ebbasta. Il brano è un inno alle ‘Purple drunk’. Le bottiglie di sciroppo al mattino ricoprono la scalinata cara a Ketama e agli altri, insieme ai blister vuoti di Xanas. Farmaci e psicofarmaci per sballarsi. Che in questo caso non producono un effetto calmante, al contrario rendono i giovanissimi euforici e aggressivi, “saltano come grilli - denunciano i residenti - e aggrediscono i passanti in branco”. Le forze dell’ordine intensificano i controlli e spesso sono costretti a transennare la scalea.
L’autostrada lisergica del Sole - Viola non gira solo li. Ascoltano “Autostrada del sole” (feat Massimo Pericolo e Crookers) i ragazzi che si sballano con le ‘Purple drunk’ ai quattro angoli della città: “Chiamami un pusher non un dottore/ dentro di me c’è l’autostrada del sole - recita il ritornello - nomi di donna dati alle pistole/ entrambe mirano al cuore”. La trap è ormai un fenomeno e le forze dell’ordine sono costrette a farci i conti, da ogni punto di vista. Gli agenti del distretto Prati proprio nell’estate del 2020 concludono un’indagine su un traffico clandestino di nuove sostanze, gestito dai minorenni per il loro coetanei. La filiera era gestita da 12 ragazzi, tra i quali tre minorenni, tutti figli dell’alta borghesia del centro cittadino, residenti tra Ponte Milvio, il rione Prati e il Flaminio. Alcuni di loro avevano rubato i ricettari ai genitori medici per procurarsi le medicine e poi distribuire agli amici la ‘New Joint’: una miscela letale di ossicodone (un antidolorifico derivato dell’oppio, parente della morfina), metadone, morfina appunto e codeina. Gli investigatori hanno studiato i video postati su Instagram, hanno intercettato le conversazioni utili a scambiarsi informazioni, con tanto di indicazioni posologiche, sui medicinali come il ‘Deplagos’, chiamato dai ragazzi ‘Perk’, termine utilizzato anche dai trapper.
È fuori di sé anche Traffick quando nel marzo del 2019 viene ripreso in video mentre prende a calci la porta a vetri del fast food in piazzale Flaminio, a due passi da piazza del Popolo. Minaccia il lavorante filippino, finché un addetto alla sicurezza non riesce ad allontanarlo. Il video diventa virale il giorno stesso e lui, puntuale, replica su Instagram: “Nessuno fa il simpatico ok? Perché io so dove lavori, cosa fai il simpatico? Ti metto dentro la friggitrice! - minaccia l’addetto - Non è che vado a disturbare chi lavora io. Io sono tornato gli ho tirato un vassoio in faccia”.
Un mese prima, il 23 febbraio, Traffick, insieme a Gabriele Magi, in arte Gallagher, 27 anni, aveva aggredito tre fan che gli avevano chiesto un selfie e qualche autografo all’uscita della metropolitana alla stazione Termini. Prima la foto, poi calzano il tirapugni e menano le mani, picchiano e rapinano i tre ragazzi e anche un passante, un 50enne bengalese che aveva avuto la sfortuna di incrociarli sulla sua strada e al quale tentano di portare via il cellulare. La coppia di trapper è stata condannata a due anni con rito abbreviato.
Dalla strada al web, quando non cantano, i trapper romani molto più spesso si esibiscono nel ‘dissing’: risse verbali, minacce che spesso sono utili per acquisire seguaci e popolarità in rete. “Ti spacco la testa bro, con me non si scherza, stai a catena (a cuccia)”, è una delle tante invettive che Traffick lancia ai rivali, su Instagram. Né lui, né Gallagher sono cresciuti in ambienti particolarmente difficili, come nel caso di Pepi, Ion, Er gitano, i vecchi rapper del decennio precedente, nati e cresciuti nella borgata di Tor Bella Monaca, una delle piazze di spaccio più grandi d’Italia.
Traffick e Gallagher sono figli della borghesia romana. Mescolano lo slang giovanile a un vocabolario ispaneggiante. Mimano i linguaggi e i comportamenti di chi vive in strada, ma dopo i colpi di testa si vantano pubblicamente di aver alle loro spalle avvocati “fortissimi” che li faranno scagionare da ogni accusa. Come gli adolescenti delle baby gang, che del resto costituiscono il loro pubblico di riferimento, utilizzano i social come piazza virtuale nella quale imporsi, per garantirsi la notorietà e un’ulteriore ascensione sociale.
È diversa invece la storia di Sayanbull, al secolo Alex Refice, classe 1995. Nasce e cresce nella borgata romana di Tor Marancia, oggi al centro di un tentativo di riqualificazione. Ha un passato difficile, ma con la musica si è emancipato. Eppure in una delle ultime clip abbraccia Niko Pandetta. Canta “Pistole a via Libetta”, la strada dei locali a due passi dal vecchio porto fluviale di Roma. “Pezzi (di coca) sopra l’iPhone/ squilla e non risponde - fa il brano - pistole a via Libetta come fosse normale”.
I toni sono violenti ma certo non sconvolgono uno dei personaggi romani ormai più noti al grande pubblico. Massimiliano Minnocci, in arte ‘Il brasiliano’, “perché da ragazzino - racconta - a pallone ero il più forte di tutti”. Fisicità imponente e bicipiti tatuati, come parte del viso, Minnocci nasce e cresce nella borgata di Pietralata, quadrante Nord-Est, lì dove dovrebbe sorgere il nuovo stadio della Roma. Non gli dispiacerà, visto il passato da ultrà della Roma e un daspo ancora in corso. Brasiliano non fa musica, ma i trapper romani li ha incrociati tutti, nel corso della sua scalata ai social, da quando, nell’autunno del 2018, completamente fuori di sé per via della cocaina, affronta la polizia schierata nel quartiere per una manifestazione di CasaPound e un contro-presidio delle realtà antifasciste.
Il video di Minnocci ammanettato in commissariato diventa virale e lui ringrazia. “Quel video è stata la mia fortuna”, ha detto più di una volta in diretta Instagram l’influencer, che ha abbandonato la criminalità per dedicarsi esclusivamente alle sponsorizzazioni via web. Recentemente ha pubblicato anche un libro La vera storia del Brasiliano. “Da piccolo il mio eroe era mio padre, e faceva reati - dice - se avesse fatto l’avvocato io avrei fatto l’avvocato come lui. Per questo dico ai ragazzi, studiate, lasciate stare le droghe e godetevi la vita, che la vita è bella”.
Birds in The Trap. Se l’unica arma necessaria è il talento - Che cosa c’è prima del machete nello zaino o delle armi mostrate su Instagram e portate per strada? E cosa resta dopo le notti di ‘lean’, coca e ossicodone? Per rispondere va fatto un passo di lato. Depositare la violenza e le risse, le pose e il consumo di droga su uno sfondo. Fatta questa tara, comprendere la trap significa innanzitutto non criminalizzare un’intera scena musicale, un’intera generazione. E comprenderla significa incamminarsi verso il “blocco”: andare incontro alle lunghe distese di decrepita edilizia popolare in cui la Trap fermenta per poi arrivare nel cuore delle città. Significa andare tra i serpenti di cemento poveri di forme canoniche di comunità, deboli di Stato, che circondano Milano come Napoli, Roma come Torino. E significa, preliminarmente, accordarsi sui termini. Esplorare un codice.
La trap è una derivazione del rap, cosi come quest’ultimo si è evoluto nel Sud degli Stati Uniti d’America. Ad Atlanta, per l’esattezza, metà degli anni ‘90. Nelle “trap house”, gli edifici abbandonati in cui venivano prodotte e vendute sostanze stupefacenti. La ‘Trap Music’ è la trasmissione orale di forme di esperienza maturate in quel contesto. “Il codice espressivo è pungente, a volte scioccante. C’è un uso iperbolico di certe immagini e rappresentazioni. Vi è una paradossale esaltazione di contesti di marginalizzazione sociale, del declino delle periferie e dei quartieri di edilizia pubblica, dove si mitizzano aspetti che in realtà presentano un retroterra tragico. In questo senso va inquadrato il tema della violenza, ma anche il tema dell’abuso di sostanze psicotrope e la celebrazione parossistica del denaro”, ci dice Emanuele Belotti, sociologo del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani al Politecnico di Milano, che della trap ha fatto uno dei suoi oggetti di studio - leggere Birds In The Trap, Bordeaux Edizioni - e con la sigla Signor K. la sua personale forma d’arte.
Un canto, quello della trap, che introietta il “No Future” e dagli Stati Uniti si espande, nell’ultimo ventennio, in contesti sociali simili. In Inghilterra, in Francia. E in Italia, in quelle periferie dove Il 28,6% della popolazione è ancora a rischio di povertà o esclusione (Istat, 2021). L’impossibilità di mobilità sociale, l’emancipazione economica come utopia. La trap “è un megafono per giovani delle classi subalterne che conoscono queste condizioni di privazione e svantaggio, a volte persino di negazione dei diritti civili: è ingenuo attendersi da loro inni alla joie de vivre”.
C’è una caratteristica, forse è quella principale: la trap offre la possibilità di esprimersi in maniera non mediata. Ancora Belotti: “Le classi subalterne sono sempre state raccontate. Anche magistralmente, pensiamo a De André e Pasolini. Ma l’opportunità di narrarsi in prima persona, senza mediazioni culturali, è un fatto epocale. Per la prima volta, il rap ha dato a questa generazione di giovani una chance di espressione. E questa generazione ora sbatte sul tavolo e mitizza proprio quegli elementi di cui si alimenta lo stigma e le narrazioni sovente sprezzanti di cui sono oggetto. Qui c’è anche un elemento di provocazione”. Di rivalsa. Si pensi a Marracash, alla sua Vendetta, 2015: “La mia vendetta è che i tuoi figli ascoltano i miei testi, e sognano di diventare quello che detesti”.
Provocazioni e rivalsa che non restano senza effetti. Anzi, che vengono messi a mercato. Perché non si tratta solo di parole, di rime. Si tratta di soldi. Classifica Fimi di metà ottobre 2022: dei primi 50 album in classica, 35 sono riconducibili al genere, nella quasi totalità intestati ad artisti under 40. “Parliamo di un’industria che, in Italia, prima del successo del rap, era in ginocchio e che oggi vale 332 milioni di euro l’anno, con una crescita che nel 2021 ha sfiorato il 28% (Fimi 2021). Una locomotiva trascinata da questi artisti, che lascia stupefatti nel quadro di bassa crescita che caratterizza l’economia del paese da oltre due decenni”.
Una locomotiva che non è solo musicale ma intrinsecamente visiva. Certo, il videoclip esiste da decenni e l’immagine ha sempre accompagnato le star della musica popolare. “Ma oggi ci sono le stories, i selfie e i post condivisi nel quotidiano. C’è Instagram, Youtube e Tik Tok. Non dobbiamo ascoltare solo la musica e interpretarla in quanto tale. Per capire l’opera bisogna guardare la loro produzione multimediale nel quotidiano. Cosa stanno facendo? Fiction, un nuovo tipo di fiction, che non ha nulla da invidiare per fatturati alle fiction tradizionali ma che è certamente molto più economica”. E in Italia come altrove la trap si indirizza verso un immaginario che ha a che fare con il tipo-criminale, il gangster. “Il ‘gangsta rap’ è sempre esistito, ma oggi c’è un’offerta sovrabbondante e saturata di queste narrazioni”, dice ancora Belotti. “L’intreccio tra gang di strada e rap, o la scena ‘grime’ nel caso del Regno Unito, sono oggetto di discussione pubblica un po’ ovunque.
A Londra, analizzando riferimenti codificati nei testi le forze dell’ordine sono riuscite a risalire ad autori di episodi violenti, persino omicidi”. E il fatto che simili dinamiche siano state replicate in contesti così diversi pone un interrogativo. “Chi ha costruito i presupposti per la circolazione transnazionale di questi contenuti e per il loro successo? I Colle der Fomento, storico gruppo underground italiano, nel brano Sul tempo dicevano: “controllano rivolte e le vendono con uno spot o con un video musicale, poi piangono e accusano se qualcuno si fa male, regalano la violenza ai miei fratelli, poi vogliono tenere fuori quelli che non sono buoni o belli”. Un passaggio eloquente. Le grandi case discografiche hanno un ruolo determinante nel plasmare il consumo musicale”. Insomma, sono gli artisti o le case discografiche a costruire attenzione attorno a questi contenuti? “Penso che oggi la verità sia a metà strada. Il ‘gansta rap’ è un format che funziona, e centinaia di giovani hanno visto e colto una opportunità. A decine hanno potuto costruirsi così una professione nel mondo della comunicazione e alimentare un notevole conto in banca”.
Opportunità. In un Paese dove una persona tra 15 e 34 anni su quattro è classificata come NEET: non lavora e non frequenta corsi di istruzione o formazione professionale. Dove le retribuzioni sono basse e la precarietà è strutturale. “Indipendenza dalla famiglia e una capacità di spesa gratificante: se le condizioni di ingresso nel mercato del lavoro non soddisfano questi due requisiti, come si può immaginare che giovani, che magari hanno interrotto gli studi, siano incentivati a lottare per permanervi?”. E la questione rimanda al tema del commercio di sostanze psicotrope: “in particolare, di quello più minuto: perché in questo scenario è chiaro che possa diventare una alternativa allettante, specie se non si appartiene a una rete familiare provvista di mezzi economici, relazioni sociali e solida dotazione culturale.
Non penso si tratti necessariamente di una scelta obbligata, ma costituisce senz’altro la via più pratica per sottrarsi a un futuro designato e frustrante”. Lo dice molto bene ancora una volta Marracash in 20 anni (Peso), dove canta la condizione di ventenne nel quartiere, descrivendo lo spaccio come il solo “commercio” per ragazzi “in gamba anche più dei ragazzi del centro”, ma “senza porte di accesso ad un business onesto”. Ed ecco lo sfondo, la zona d’ombra. Ciò che bisogna sforzarsi costantemente di vedere. Anche quando viene mortificato dalla stupida, ostentata e perpetuata violenza urbana. “Resta in ombra il talento che questa generazione di rapper esprime al di là delle ambiguità e ambivalenze di cui certo il fenomeno non è esente, e che pure hanno finito per monopolizzare la discussione pubblica. Questi rapper esprimono il potenziale di nativi digitali che usano software craccati, smartphone e piattaforme social gratuite con l’abilità che siamo soliti attribuire ai professionisti”. Giovani, talvolta di origine straniera, che si sono misurati con l’abbandono scolastico, la violenza e la deprivazione materiale, che “hanno saputo trascinare la risalita di una industria musicale in grave affanno, rivoluzionandone codici espressivi, canoni e sonorità.
Un caso di allineamento esemplare tra ricambio generazionale, creatività al servizio dell’innovazione, e rilancio industriale nel campo dell’economia digitale, capace di creare mobilità sociale per mezzo dell’iniziativa imprenditoriale di giovani ai margini delle nostre città”. Ciò che resta nell’ombra ma che non va perso di vista è un piccolo miracolo, insomma, “che le politiche di quartiere dovrebbe prendere in seria considerazione. Un miracolo che rende ancora più amaro constatare come percorsi brillanti di riscatto possano spegnersi sul nascere in una rissa senza senso all’alba di un sabato estivo qualunque”. Birds in The Trap, uccelli in gabbia, appunto. A cui Emanuele Belotti, non più da ricercatore ma da “collega”, dice, infine: “Avete un talento eccezionale tra le mani, è l’unica arma di cui avete bisogno, non dimenticatelo per nessuna ragione”.










