di Nino Sergi
vita.it, 19 giugno 2026
Sono trascorse quasi quattro settimane dal fermo dei dieci attivisti della Global Sumud Flotilla detenuti nella Libia orientale sotto il controllo delle autorità di Bengasi. Tra loro ci sono anche i cittadini italiani Dina Alberizia e Domenico Centrone. I dieci erano stati incaricati di negoziare con le autorità locali il passaggio attraverso la Cirenaica quando sono stati fermati e successivamente posti in detenzione. Sono trascorse quasi quattro settimane dal fermo dei dieci attivisti della Global Sumud Flotilla detenuti nella Libia orientale sotto il controllo delle autorità di Bengasi. Tra loro vi sono anche i cittadini italiani Dina Alberizia e Domenico Centrone, fermati il 24 maggio insieme ad attivisti provenienti da Spagna, Portogallo, Polonia, Stati Uniti, Argentina e Uruguay.
Al momento della stesura di questo articolo, la loro detenzione continua senza che siano emersi sviluppi decisivi. La delegazione faceva parte del convoglio internazionale che intendeva raggiungere Gaza per portare aiuti umanitari e testimoniare solidarietà alla popolazione palestinese. I dieci erano stati incaricati di negoziare con le autorità locali il passaggio attraverso la Cirenaica quando sono stati fermati e successivamente posti in detenzione. L’udienza prevista per il 9 giugno è stata rinviata e il procedimento continua senza che si intraveda una soluzione rapida.
Le accuse contestate dalle autorità della Libia orientale riguardano l’ingresso irregolare nel territorio, l’organizzazione di un raduno non autorizzato, l’utilizzo di visti ritenuti incompatibili con l’attività svolta e il tentativo di raggiungere il confine egiziano. Nel frattempo, Amnesty International e numerose organizzazioni della società civile continuano a chiedere il rilascio dei detenuti, considerati prigionieri per aver partecipato a una missione umanitaria.
La vicenda si inserisce in un contesto politico regionale particolarmente delicato. Le autorità della Libia orientale operano all’interno di un sistema di potere fortemente influenzato dalla famiglia Haftar. Un sistema che dipende in misura significativa dal sostegno politico e militare dell’Egitto. Il Cairo, negli ultimi anni, ha ripetutamente ostacolato iniziative internazionali di solidarietà dirette verso Gaza. Anche precedenti convogli e marce internazionali sono stati bloccati lungo il percorso verso il valico di Rafah.
È quindi plausibile che nella gestione di questa vicenda abbiano avuto un peso significativo anche gli orientamenti del governo egiziano. Non si può inoltre escludere che sul Cairo abbiano influito le forti pressioni internazionali legate alla guerra in corso a Gaza e ai rapporti con Israele. Si tratta tuttavia di valutazioni politiche, non di elementi finora confermati ufficialmente.
Sul piano diplomatico, l’Italia continua a seguire il caso attraverso i canali istituzionali. Oltre ai contatti diretti con le autorità di Bengasi, portati avanti dal Consolato generale d’Italia, è ragionevole ritenere che l’attenzione sia rivolta anche al ruolo dell’Egitto, considerata la sua influenza sulla Libia orientale. L’esperienza maturata sul campo da chi, nel mondo umanitario italiano, ha affrontato in passato situazioni analoghe insegna che l’impegno del Governo e della Farnesina è generalmente forte e costante. In particolare, l’Unità di Crisi, in raccordo con la rete diplomatica e con le altre strutture dello Stato coinvolte, ha svolto un ruolo determinante e spesso decisivo nel favorire la liberazione di cittadini italiani trattenuti all’estero.
Allo stesso tempo, quando il passare delle settimane rischia di far diminuire l’attenzione pubblica, una mobilitazione civile equilibrata e collaborativa può contribuire a mantenere alta la pressione umanitaria e politica. È questo il significato delle manifestazioni promosse nei prossimi giorni da Amnesty International, dalla Global Sumud Flotilla e da numerose organizzazioni della società civile: non una contrapposizione all’azione diplomatica in corso, ma un sostegno affinché la sorte dei dieci detenuti non venga dimenticata. In questo senso, le mobilitazioni promosse nei prossimi giorni possono rappresentare un contributo utile a mantenere viva l’attenzione pubblica sulla vicenda.
Come spesso accade in casi di questo genere, è probabile che la soluzione passi attraverso una complessa trattativa diplomatica che coinvolge non soltanto l’Italia, ma anche gli altri Paesi di appartenenza dei detenuti. Per questo la vicenda riguarda direttamente anche Spagna, Portogallo, Polonia, Stati Uniti, Argentina e Uruguay. Nell’attesa di una soluzione positiva, resta una realtà incontestabile: dieci persone partite per una missione umanitaria sono detenute da quasi quattro settimane in un contesto segnato da forti tensioni regionali e internazionali. La loro liberazione dovrebbe rappresentare una priorità per tutti i governi coinvolti. In questo contesto, il ruolo dell’Italia assume un’importanza particolare, poiché alcuni dei Paesi di provenienza dei detenuti dispongono di minori possibilità di interlocuzione con le autorità di Bengasi e guardano quindi con attenzione anche all’azione diplomatica italiana.










