di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 novembre 2026
Una stanza. Niente telefoni, niente computer, nessuna voce dall’esterno. Da oggi al 9 novembre un gruppo di attivisti del Comitato di solidarietà con Gilberto Cavallini si chiuderà volontariamente in isolamento per riprodurre, con il massimo rigore possibile, la giornata di chi sconta l’isolamento diurno previsto dall’articolo 72 del codice penale. Alcuni accetteranno di restare sotto l’occhio di una webcam per tutta la durata della mobilitazione, trasmessa in diretta sul canale YouTube di Umberto Baccolo. La data d’inizio ha un significato preciso. Il 6 novembre l’ex Nar compie un anno esatto di isolamento, cominciato nel 2025 a Rebibbia e destinato, secondo il provvedimento definitivo, a chiudersi il 5 novembre 2028.
Il Comitato parla di un’iniziativa nonviolenta senza precedenti a livello internazionale, un atto con cui gli attivisti intendono caricarsi per tre giorni della solitudine e della privazione dei legami affettivi che Cavallini, 74 anni, vive da dodici mesi e dovrà vivere per altri due. A sostegno richiama il Comitato europeo per la prevenzione della tortura, secondo cui oltre i quattordici giorni l’isolamento può provocare danni psicofisici irreversibili, e le Regole Mandela delle Nazioni Unite, che lo qualificano come trattamento inumano e degradante.
Le Regole fissano a quindici giorni consecutivi la soglia dell’isolamento prolungato e lo vietano. Cavallini ne ha alle spalle più di trecentosessanta. Prima di arrivare a questo gesto il Comitato ha depositato al Senato una petizione con oltre mille firme a sostegno di una legge di iniziativa popolare per abolire l’istituto. Nessuno tocchi Caino ha dato il suo appoggio, con una coerenza che non sfugge a chi ha seguito la vicenda: ad agosto, nel carcere di Parma, all’ex Nar veniva negata perfino l’ora d’aria, e a far cessare quel divieto furono proprio l’associazione e Rita Bernardini. Il Comitato ricorda che i difensori hanno presentato ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, la cui discussione è attesa nei prossimi mesi.
Per capire da dove nasce la protesta bisogna tornare al 23 settembre, quando in commissione Giustizia della Camera il governo ha risposto all’interrogazione di Roberto Giachetti. Il sottosegretario Massimo Dell’Utri si è trincerato dietro il vaglio giurisdizionale: la decisione è definitiva e va eseguita. Le domande del deputato di Italia viva sono rimaste a terra. Cavallini era in semilibertà dal 2017 e aveva ottenuto permessi premio fin dal 1995, benefici che le regole penitenziarie negano a chi non abbia già scontato l’isolamento diurno.
Se la sanzione era stata eseguita, come sostiene la difesa indicando il carcere di Opera, riapplicarla è un errore. Se non lo era mai stata, qualcuno ha concesso quei benefici violando le norme. I difensori hanno sempre richiamato due provvedimenti di cumulo, firmati a Perugia nel 1991 e a Milano nel 1994, che fissavano già l’isolamento nella misura massima di tre anni. La Corte d’assise d’appello di Bologna li ha ritenuti superati da un’ordinanza del 1995 che lo riduceva a due, e ha aggiunto l’anno mancante come effetto del cumulo con l’ergastolo per la strage.
I registri che avrebbero potuto sciogliere il nodo - ha denunciato Giachetti - l’amministrazione penitenziaria non li ha conservati. Il deputato ha parlato di una “vergognosa regressione trattamentale”, vietata dalle nostre leggi e dalla giurisprudenza di Strasburgo, e ha messo a verbale ciò che la risposta del governo ignorava: dopo il deposito dell’interrogazione e dopo una maratona oratoria in suo favore, Cavallini è stato trasferito da Rebibbia a Parma, dove l’isolamento totale è proseguito. Così un uomo con 43 anni di carcere sulle spalle, ritenuto riabilitato dalla magistratura di sorveglianza e che da semilibero assisteva un ragazzo straniero con disabilità, è stato riportato in cella per scontare adesso una sanzione che andava eseguita all’inizio della pena.









