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di Emilia Corea*

iacchite.blog, 13 luglio 2026

Il 13, 14 e 15 luglio la Conferenza nazionale dei Garanti delle persone private della libertà personale ha promosso tre giornate di mobilitazione dedicate alle condizioni di vita negli istituti penitenziari italiani. Non si tratta di una ricorrenza simbolica ma di un richiamo alla responsabilità della politica. Perché ciò che accade oggi nelle carceri non è il frutto del destino o di un’emergenza imprevedibile ma il risultato di scelte, di omissioni, di provvedimenti amministrativi e legislativi sempre più repressivi e atti a rendere il sistema penitenziario incapace di garantire condizioni compatibili con la dignità umana. Non è una denuncia relativa alla situazione di un istituto o di una regione. È l’intero sistema penitenziario italiano ad attraversare una crisi senza precedenti, probabilmente il caldo la rende soltanto impossibile da nascondere.

C’è un momento, nelle visite in carcere d’estate, in cui il rumore delle chiavi smette di essere la prima cosa che senti. All’inizio sono loro ad accompagnarti. Il metallo che batte sul metallo. I cancelli che si aprono e si richiudono. Le porte pesanti. I passi nei corridoi. Poi, quasi all’improvviso, arriva il caldo. Non il caldo che conosciamo fuori, dove basta cercare un’ombra, aprire una finestra, accendere un ventilatore, uscire di casa. È un caldo fermo, che sembra non avere aria, con o senza pannelli in plexiglass. Sale dal cemento, si attacca ai muri, entra nei polmoni. Ti accompagna da una sezione all’altra e ti ricorda, con una ostinazione silenziosa, che lì dentro non si può andare via.

Quest’anno il termometro arriva quasi ai quaranta gradi, ma ci sono luoghi in cui i gradi non bastano a raccontare quello che accade. Celle progettate per poche persone che ne ospitano molte di più. Corpi costretti a condividere pochi metri quadrati e notti che non finiscono mai. Da Nord a Sud il copione è lo stesso. I Garanti lo raccontano ogni giorno durante le visite negli istituti: sovraffollamento, celle senza refrigerazione, personale insufficiente, servizi sanitari in affanno. Cambiano i nomi delle carceri, non cambiano i problemi. È questa la fotografia del sistema penitenziario italiano nell’estate del 2026.

E c’è un particolare che racconta meglio di molti discorsi il peso delle responsabilità istituzionali. In molte celle un frigorifero non c’è. Non perché sia tecnicamente impossibile installarlo, ma perché una circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ne vieta la presenza all’interno delle camere detentive. Così, anche conservare una bottiglia d’acqua fresca, del cibo o un farmaco che richieda refrigerazione diventa impossibile. Quando fuori si registrano temperature estreme, anche una scelta amministrativa apparentemente marginale contribuisce a rendere la pena più dura di quella stabilita da un giudice.

Fuori, intanto, l’estate continua. Le persone prenotano le vacanze. Parlano del mare, delle ferie, del sole troppo forte. Dentro le carceri italiane qualcuno cerca semplicemente di arrivare al mattino successivo. Ogni volta che entro in carcere mi colpisce la stessa sensazione. Non quella di trovarmi in un luogo diverso dal resto del Paese. Ma quella di trovarmi nel luogo che il Paese ha deciso di non guardare. Le carceri sono il nostro angolo cieco. Esistono, eppure sembrano lontane. Si riempiono oltre ogni limite senza che questo produca un’emergenza nazionale. I suicidi aumentano in tutta Italia e per qualche ora diventano una notizia. Poi un’altra tragedia prende il loro posto e tutto ricomincia come prima.

Quest’anno già 27 suicidi. Di alcuni conosciamo il nome. Di altri resta soltanto un numero. In carcere il silenzio arriva sempre dopo. Dopo le sirene, dopo la corsa nei corridoi, dopo le chiavi che girano nelle serrature, dopo le voci concitate. Poi resta una porta chiusa. Una branda vuota. Gli oggetti raccolti in una scatola. E una domanda che attraversa quei corridoi senza trovare risposta: quando una persona ha smesso di sperare? Una persona detenuta non è soltanto privata della libertà. È affidata allo stato. Ogni giorno. Ogni notte. In ogni momento. E quando sceglie di morire dietro una porta che lo Stato ha chiuso, quella morte non interroga soltanto chi non ce l’ha fatta. Interroga tutti noi. Interroga una politica che continua a discutere di nuovi reati e nuove pene mentre le carceri affondano nel sovraffollamento, nella carenza di personale, nella solitudine e nell’abbandono. Forse è questa la forma più insidiosa dell’indifferenza: non il fatto che quelle persone muoiano, ma che ogni volta ci sembri un po’ più normale. Come se ci fossimo convinti che dietro le sbarre alcune vite pesino meno delle altre.

E poi ci sono quelli di cui quasi nessuno saprà mai nulla - già 97 dall’inizio del 2026 - per malattia, overdose, cause da accertare. Persone che muoiono senza che una famiglia protesti, senza che qualcuno chieda come sia stato possibile, senza fotografie sui giornali, senza cortei, senza telecamere davanti agli istituti. Esistono morti così sole da consumarsi due volte: la prima dentro una cella, la seconda nell’indifferenza. La solitudine, in carcere, ha molti volti. Ha il volto del detenuto straniero che non capisce la lingua del Paese in cui è rinchiuso. Che non riceve visite. Che aspetta una mediazione culturale che spesso non arriva. Che firma documenti che fatica a comprendere. Che attraversa i giorni senza una voce familiare dall’altra parte del telefono. Ha il volto di chi viene accompagnato nelle celle lisce, spazi svuotati di tutto, pensati per proteggere chi rischia di fare del male a sé stesso e che troppo spesso finiscono per restituire un’immagine terribile: quella di una disperazione che viene affrontata togliendo, invece che aggiungendo cura. Ha il volto di chi passa settimane senza una carezza, senza un abbraccio, senza uno sguardo che non sia quello della sorveglianza.

Il carcere è il luogo dove la solitudine prende una forma concreta. Eppure, quando se ne parla, il dibattito pubblico sembra fermarsi sempre alla stessa affermazione: se lo meritano! È una domanda che tradisce un equivoco profondo. La pena è già stata decisa da un giudice. È la privazione della libertà. Non è il caldo soffocante. Non è il sovraffollamento. Non è la mancanza di cure. Non è il degrado. Non sono i trattamenti inumani e degradanti. La pena non deve mai trasformarsi in tortura. Non deve tradursi in condizioni che offendono la dignità della persona o mettono a rischio la sua salute. Eppure, negli ultimi anni, abbiamo assistito a qualcosa di ancora più preoccupante della crisi delle carceri: ci siamo lentamente abituati ad essa.

Perfino parole che un tempo avrebbero scandalizzato sono diventate accettabili. Ricordiamo tutti le dichiarazioni, pronunciate un anno fa, dall’ex sottosegretario alla giustizia, Andrea Delmastro, secondo cui i detenuti non dovrebbero quasi nemmeno respirare. Ma ciò che continua a inquietarmi non è quella frase, piuttosto l’applauso che ricevette. È l’eco trovata sui social, dove migliaia di commenti trasformano la sofferenza in una forma di giustizia. Come se il dolore fosse un valore.

E nel frattempo la politica continua a riempire le carceri senza assumersi fino in fondo la responsabilità delle conseguenze. Da una parte gli istituti denunciano un collasso ormai evidente: manca personale, soprattutto trattamentale, mentre si susseguono decreti sicurezza, nuovi reati, nuove fattispecie penali e nuovi ingressi. Si continua a costruire consenso sulla promessa di più carcere, si continua a versare acqua in un recipiente già colmo e ci si stupisce se trabocca. Il carcere è diventato il luogo in cui finiscono tutte le fragilità che la società non riesce ad affrontare altrove: la povertà, la dipendenza, il disagio psichico, l’emarginazione, l’immigrazione. E se nelle carceri l’emergenza è ormai strutturale, ci sono luoghi in cui le condizioni rischiano di essere ancora più gravi: i Centri di permanenza per il rimpatrio.

Nei CPR non si esegue una pena. Le persone trattenute non stanno scontando una condanna, ma sono private della libertà in attesa dell’esecuzione di un provvedimento amministrativo. Eppure, da anni, i rapporti degli attivisti, delle organizzazioni indipendenti, delle associazioni, descrivono criticità ricorrenti: strutture inadeguate, assistenza sanitaria insufficiente, difficoltà di accesso ai diritti, episodi di autolesionismo, tensioni continue e condizioni che sollevano seri interrogativi sul rispetto della dignità delle persone trattenute. Anche qui non siamo davanti a una fatalità. Siamo davanti a una precisa scelta politica. Si continua a investire sull’espansione dei luoghi di trattenimento amministrativo come risposta ai fenomeni migratori, mentre troppo spesso resta sullo sfondo una domanda essenziale: in quali condizioni lo Stato esercita quel potere di privare una persona della libertà?

Le tre giornate di mobilitazione promosse dalla Conferenza dei Garanti servono proprio a questo: ricordare che il carcere non è uno spazio sottratto alla costituzione e che il rispetto della dignità delle persone detenute non è un favore. È un dovere! Ogni volta che il cancello del carcere si richiude alle mie spalle, il caldo resta dentro. Restano le celle sovraffollate, l’aria che non circola, le notti senza sonno, le persone che continuano a scontare una pena che nessun giudice ha mai pronunciato. Perché è questo il punto. Il caldo estremo, il sovraffollamento, la mancanza di acqua fresca, l’assenza di spazi dignitosi non sono eventi naturali. Sono conseguenze di decisioni politiche, di atti amministrativi, di scelte che qualcuno ha preso e che qualcuno, ancora oggi, decide di non cambiare.

La privazione della libertà è la pena prevista dalla legge. Tutto ciò che la trasforma in sofferenza evitabile appartiene invece alla responsabilità dello Stato. Per questo le carceri non riguardano soltanto chi ci vive. Riguardano tutti noi. Perché ogni volta che scegliamo di non guardare cosa accade dietro quelle mura, lasciamo che il confine tra pena e tortura diventi un po’ più sottile. La tortura non inizia soltanto dove c’è violenza visibile. A volte comincia lentamente, quando un sistema lascia una persona senza aria, senza cura, senza dignità e decide che quella sofferenza è semplicemente il prezzo da pagare.

*Coordinatrice equipe sociosanitaria sopravvissuti a tortura e Garante comunale diritti dei detenuti di Cosenza